Feeds:
Articoli
Commenti

U.T.L.Anno 2011-2012

Riparte il Gruppo di lettura coordinato da Franco Signoracci.
Gli incontri si terranno nelle seguenti date (sempre
di mercoledì dalle ore 21.00 alle ore 23.00):
Ricrdiamo che la partecipazione agli incontri è gratuita.
12 OTTOBRE 2011
9 NOVEMBRE 2011
14 DICEMBRE 2011
11 GENNAIO 2012
8 FEBBRAIO 2012
7 MARZO 2012
18 APRILE 2012
9 MAGGIO 2012
il piacere della lettura

Letture estive

Il gruppo lettura va in vacanza.

Le letture “consigliate” durante l’estate sono :

  • Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez

 

 

 

 

  • Accabadora di Michela Murgia

 

 

 

 

 

Buone Vacanze e Buona lettura!!! 

Il gruppo lettura si ritroverà a Ottobre!

Joseph Roth (1894-1939)

Giobbe e La cripta dei Cappuccini

 Scrive Ladislao Mittner nella sua Storia della letteratura tedesca

“L’unicità di Roth consiste nel fatto che egli è compiutamente austriaco e compiutamente ebreo ad un tempo come nessun altro scrittore di lingua tedesca. La sua visuale è quella dell’aristocratico austriaco che è di casa in tutte le capitali dell’Europa, ma è anche quella dell’ebreo, che ha percorso e dovrà ripercorrere ancora tutte le vie fra l’Occidente e l’Oriente.”

Scrive Claudio Magris:

“L’impero asburgico, che Roth tende a fondere idealmente con la tradizione ebraico-orientale, diviene per lui il modello irreale e utopico da contrapporre alla violenza del presente… E’ un’alternativa fantastica a ciò che Roth, nella sua passione antiborghese e antiradicale, condanna… In una prospettiva apolitica, eguaglia capitalismo, nazionalismo, radicalismo e alla fine anche comunismo quali forme di un unico totalitarismo: quello del sistema sociale moderno che vuole porsi quale unica realtà datrice di valori. 

Due rapide annotazioni stilistiche:

  •  assoluta limpidezza di stile e linearità sintattica (la “semplicità” di J. Roth);
  • accumulazione e ripetizione “litanica” nelle descrizioni (in particolare in Giobbe).

Due romanzi a confronto

 

C. POTOK, Il mio nome è Asher Lev I.B.SINGER, La famiglia Moskat
Focalizzazione su un unico personaggio (pochi altri emergono con grande evidenza). E’ un romanzo individuale(“egoismo” del protagonista?)Punto di vista interno. Romanzo corale(diluvio di nomi… è abile nei passaggi da un protagonista all’altro).Punto di vista esterno.
Tempo della storia:alcuni anni, secondo dopoguerra.Tempo del racconto: lento, scandito da sequenze-litanie, improvvisamente si addensa attorno a fatti, dialoghi, istanti chiave, attorno ai quali la storia svolta.

Rapporto con la storia: la grande storia è interpretata attraverso gli occhi della comunità di ebrei ortodossi, ma fa da sfondo, a fatica (e con dolore) interagisce con la vita del giovane protagonista.

Tempo della storia:ampio arco, dall’inizio del secolo alle soglie della II guerra mondiale.Tempo del racconto: generalmente rapido (per seguire le vicende di molte persone:), si condensa in scene o in lettere o pagine di diario, che approfondiscono, o meglio svelano altri aspetti della storia e soprattutto dei singoli caratteri.

Rapporto con la storia: la grande storia è uno sfondo ripetitivo nella prima parte del libro, poi interagisce in maniera più forte sulle vicende (lotta x indipendenza dai russi, cambiamenti in Europa, nubi oscure… vd. frase finale).

Le sequenze descrittive rallentano, i dialoghi approfondiscono. Le sequenze descrittive sono fulminanti (in poche pennellate riesce a ricostruire un ambiente e un mondo), i dialoghi mettono in luce i caratteri
Tema fondamentale: rapporto tra il dono dell’arte e la tradizione culturale e religiosa della comunità di appartenenza. Tema fondamentale:il ritratto di un mondo – non idealizzato ma amato! – che la violenza della storia ha spazzato via:”Nei nostri sogni, come nella letteratura, la morte non esiste!”

l      Pietrangelo Buttafuoco presenta Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (prima che vincesse il premio Strega)

 

 

Un errore blu e l’onta del luogo comune fare di Canale Mussolini, l’opera ultima di Antonio Pennacchi (Mondadori, 460 pagine, 20 euro), un libro fra i tanti del revisionismo.
Nel nuovo romanzo dello scrittore di Latina, infatti, c’è solo il magnificat della vera letteratura. C’è un’epica storicamente a noi vicina eppure percepita lontana, ma per cecità obbligata, speculare al revisionismo: l’esorcismo ideologico a ogni costo. Fosse pure per pagare il prezzo dell’oblio d’ogni nostra radice: sociale, culturale e spirituale.

Neppure un secolo fa un largo pezzo di territorio nazionale veniva restituito alla vita dopo infiniti secoli di maligna fanghiglia e palude. Una fatica titanica di tecnica, uomini e genio premiava la speranza di proletari giunti (è l’esempio di Canale Mussolini) dal Veneto e diventati coloni armati di vanga ed eucalipti idrovori da piantare ovunque albergasse uno stagno.

È il ritorno del romanzo italiano alla grandezza questo di Pennacchi. Non c’entra il fascismo in queste pagine. Che sia stato Benito Mussolini a redimere le Paludi Pontine è solo un dettaglio. Sono le storie di donne e uomini a rendere viva la carta di questo libro.
L’autore ha stampato col sangue del suo inchiostro un tributo dovuto alla sua gente. E come ogni vera fatica di letteratura, il più specifico dei dettagli, dalla ballata a gamba lesta delle donne al silenzio di una parola inghiottita di rudi uomini, si spalanca nella magnifica offerta universale dell’emozione: si ride, si piange, si ascolta, si guarda come solo nella letteratura si può riuscire a nutrirsi di umorismo, di commozione e di ammirazione.

E di partecipazione infine: come nelle storie d’amore, come nelle cantate dove perfino le scarne stoviglie contadine arredano un lusso altrimenti inespresso, lo sfoggio di un’umanità feconda. L’unico paragone che rende giustizia a Canale Mussolini è Il Mulino del Po di Riccardo Bacchelli.

Per luogo comune tanti credono di trovare in Pennacchi l’ossessione per la palude. La tentazione di chiudere il tutto secondo lo schema di un teatrino di famiglia risulta facile a chi ancora vuole dare a quest’autore una casella di facile conio. Pennacchi è già importante con Mammut, Palude e con il best-seller Il Fasciocomunista (da cui il film Mio fratello è figlio unico, con quel meraviglioso Gianni, suo fratello appunto, indispettito per essere stato impersonato nella pellicola da Riccardo Scamarcio: «Io so’ più bello». Un’affermazione certificata da esibita foto).

Non deve essergli comminata nessuna casacca: Pennacchi, che per fatti suoi è malato di politica (è, infatti, iscritto al Pd) e uno che non le manda a dire neppure a sinistra (proverbiali sono le sue infuocate assemblee), è uno scrittore nel senso alto della definizione. Magari per quel suo essere forgiato nella smagliante creta di Littoria (il vero nome di Latina), adesso che sempre più voci lo danno come possibile candidato al premio Strega…
OSSERVAZIONI “tecniche” sull’opera:

 

  • E’ romanzo storico ed “epico” (racconto “di fondazione”, respiro corale e personaggi reali che si trasfigurano, nella memoria e nel racconto, ottica particolare attraverso cui ricostruire la storia comune).

 

  • Cronotopo: spazio ampio, dal largo respiro (anche se attraversato in bicicletta, sui carri o sulla tradotta); tempo come elemento fondamentale nella costruzione del romanzo: è giocato ad altalena, con sapienti anticpazioni e flash-back, che preparano la narrazione dei vari episodi e collegano gli eventi gli uni agli altri.

 

  • La voce narrante è segnata da simpatia ed empatia…  

LA PROSSIMA VOLTA (9 MARZO ) LEGGEREMO  “IL MIO NOME E’ ASHER LEV DI CHAIM POTOK

12 Gennaio- Laura Pariani

12 Gennaio

MILANO E’ UNA SELVA OSCURA  di Laura Pariani

LAURA PARIANI, Milano è una selva oscura, Einaudi, Torino, 2010

1) Collegamento dell’opera alla “linea lombarda”:

–         motivi linguistici: il gioco del pastiche, fatto di elementi colti – le citazioni – ma anche bassi, come filastrocche, proverbi, modi di dire…; autori che si notano sono Porta (a partire dagli esperimenti di traduzione della Commedia), Manzoni (anche se in chiave critica), Tessa, Gadda, Testori, ma anche altri, grandi e piccoli; la filigrana fondamentale è quella della Commedia (si pone sulla linea del plurilinguismo dantesco, inoltre interpreta la discesa in Milano come una discesa all’Inferno, all’interno del quale sopravvivono frammenti di umanità);

–         motivi etici: la particolarità di Dante è quella di essere un barbone che osserva, pensa giudica Milano da un punto di vista originale e “privilegiato”: Mi pensi donca ghe son! = Cartesio! Inoltre Dante è lettore pubblico di frammenti di giornale, in una specie di originalissimo speaker corner riservato a persone che vogliono capire e hanno qualcosa da dire.

2) Lo spazio: è dichiarato esplicitamente nel titolo. Milano è la selva oscura in cui, più che perdersi Dante, si stanno perdendo gli uomini del suo tempo; una Milano abbruttita, divenuta volgare e avida, che si prepara per la stagione della “Milano da bere” ma anche della Milano delle contestazioni, della violenza, del terrorismo di ogni matrice. Dentro questo spazio, Dante sembra ricercare e tentare di salvare, almeno con la memoria, una città più umana. Sembra di sentire riecheggiare la conclusione delle Città invisibili di Italo Calvino: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

3) Il tempo: elemento chiave del romanzo! E’ un tempo reale (la vita quotidiana del barbone Dante), ma anche rituale, segnato nell’introduzione di ogni sezione da una citazione da El lava piatt del Meneghin ch’è mort di Carlo Porta, che è un almanacco + la scansione stagionale, che ha riferimento colto alle Stagioni di Vivaldi (è anche tempo musicale: vd. i sottotitoli dei capitoli). Vi sono però, nel tempo della storia, tre punti forti, segnati drammaticamente da esplosioni, che sembrano racchiudere la vita del barbone, ma anche la vita della città: le cannonate di Bava Beccarsi (nascita), il bombardamento di Gorla (morte della figlia), la bomba di piazza Fontana (morte di Dante).

4) Collegata strettamente alla riflessione sul tempo della storia e della narrazione, è la voce narrante: poche osservazioni oggettive (almeno apparentemente) proiettano poi subito nel monologo interiore del personaggio, attraverso cui “vediamo” e “annusiamo” la realtà (importanza dell’olfatto…) e di cui sentiamo il flusso di pensieri, giudizi, ricordi. Nel flusso continuo della narrazione, che mischia osservazioni del reale, riflessione e memoria, ci sono però alcuni punti forti, che ritornano come ritornelli e permettono di ricostruire la sua vita. C’è anche una anticipazione del futuro, l’unico possibile per un barbone settantenne: i dialoghi con la Morte, che incontrerà di lì a poco.

>>> Domanda dei critici: è un libro “artificiale” o un libro che ci parla?

 

La prossima volta si discuterà del libro 

CANALE MUSSOLINI  di Antonio Pennacchi

15 Dicembre: Gadda

15 Dicembre

Il libro assegnato é :

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DI VIA MERULANA di E. GADDA

CARLO EMILIO GADDA (1893-1973)

  • Gadda è un razionalista, educato alla logica ragionativa, desideroso di ordine e di certezze (vd. laurea in ingegneria).
  • E’ un borghese colto, timodo e ipersensibile (problematica vita familiare, disastrosa villa in Brianza…), che ha creduto nella funzione ideale e civile della letteratura, nel mito dei valori umanistici e dell’ordine razionale.
  • Proprio in questo suo sogno di ordine, rigore, razionalità, decoro è stato violentemente “preso a calci” dalle vicende della storia privata e pubblica in cui si è trovato a vivere.
  • Si è trovato immerso  nella “imbecillaggine generale del mondo”, nelle “baggianate della ritualità borghese”, in mezzo al pasticciaccio di una realtà dissociata, caotica, contraddittoria.
  • Nasce in lui il bisogno di contestare il caos, denunciarlo, denigrarlo: con furore critica i simboli e i riti della convivenza sociale; guarda con sarcasmo e pietà dolorosa il caos nevrotico della propria condizione umana, della condizione umana di tutti.
  • La vita è dominata dal caos: egli se ne fa accusatore, sarcastico e dolente al tempo stesso.

 

Le armi di cui si avvale sono l’espressionismo stilistico (1) e lo stravolgimento delle strutture logiche del romanzo (2), scrive Calvino: «cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento» (Lezioni americane).

1) Lo stile lascia sbalorditi e affascinati: erede di tradizione espressionista e plurilinguismo maccheronico; mescolanza linguistica di elementi disparati , dialetti, registri e gerghi, che arrivano a scontri e stridori parossistici: “Lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e peptonizzare l’ossobuco” (…). Impiega spesso accumulazioni caotiche, metafore e metamorfosi, la deformazione di immagini e parole. Si giustifica così: il mondo è un caos labirintico e barocco, non è la mia scrittura ad essere barocca, il barocco è nelle cose!

2) la ricerca di un ordine impossibile si riverbera anche sulla struttura dei romanzi: esplodono in infinite digressioni, miriade di frammenti a sé stanti; si fissa sul particolare, perché non si può avere un quadro chiaro e complessivo (la vita è “pasticcio, grarbuglio, gnommero”); oltre all’andamento divagante e frammentario, i suoi romanzi sono “incompiuti”.

CARLO EMILIO GADDA (1893-1973)

  • Gadda è un razionalista, educato alla logica ragionativa, desideroso di ordine e di certezze (vd. laurea in ingegneria).
  • E’ un borghese colto, timodo e ipersensibile (problematica vita familiare, disastrosa villa in Brianza…), che ha creduto nella funzione ideale e civile della letteratura, nel mito dei valori umanistici e dell’ordine razionale.
  • Proprio in questo suo sogno di ordine, rigore, razionalità, decoro è stato violentemente “preso a calci” dalle vicende della storia privata e pubblica in cui si è trovato a vivere.
  • Si è trovato immerso  nella “imbecillaggine generale del mondo”, nelle “baggianate della ritualità borghese”, in mezzo al pasticciaccio di una realtà dissociata, caotica, contraddittoria.
  • Nasce in lui il bisogno di contestare il caos, denunciarlo, denigrarlo: con furore critica i simboli e i riti della convivenza sociale; guarda con sarcasmo e pietà dolorosa il caos nevrotico della propria condizione umana, della condizione umana di tutti.
  • La vita è dominata dal caos: egli se ne fa accusatore, sarcastico e dolente al tempo stesso.

 

Le armi di cui si avvale sono l’espressionismo stilistico (1) e lo stravolgimento delle strutture logiche del romanzo (2), scrive Calvino: «cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento» (Lezioni americane).

1) Lo stile lascia sbalorditi e affascinati: erede di tradizione espressionista e plurilinguismo maccheronico; mescolanza linguistica di elementi disparati , dialetti, registri e gerghi, che arrivano a scontri e stridori parossistici: “Lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e peptonizzare l’ossobuco” (…). Impiega spesso accumulazioni caotiche, metafore e metamorfosi, la deformazione di immagini e parole. Si giustifica così: il mondo è un caos labirintico e barocco, non è la mia scrittura ad essere barocca, il barocco è nelle cose!

2) la ricerca di un ordine impossibile si riverbera anche sulla struttura dei romanzi: esplodono in infinite digressioni, miriade di frammenti a sé stanti; si fissa sul particolare, perché non si può avere un quadro chiaro e complessivo (la vita è “pasticcio, grarbuglio, gnommero”); oltre all’andamento divagante e frammentario, i suoi romanzi sono “incompiuti”.