Vergogna

 

Il piacere della lettura – Aprile 2009

 

Piccola rassegna critica su “Vergogna” di J.M. Coetzee

 

Continua senza tregua il confronto tra bianchi e neri nel Sudafrica del post-apartheid. La vicenda di David Lurie e di sua figlia Lucy nel romanzo di Coetzee, Vergogna, scava all’interno dello stato di sospensione, dell’ansia, dell’angoscia di sopravvivenza dei bianchi nel paese. David, docente al Politecnico di Cape Town, due divorzi alle spalle e frequentazione abituale di prostitute, ha una breve relazione con una studentessa, Melanie, che subito dopo lo denuncia per molestia sessuale. Costretto ad ammettere la sua colpa di fronte a una commissione disciplinare dell’università, David non riesce tuttavia a esprimere pubblicamente alcuna forma di pentimento, se non l’ammissione di essersi lasciato sedurre dai “diritti del desiderio”. Di fronte a tanta ostentazione di vanità e di indifferenza, i giudici lo costringono a dimettersi dall’università. Questo l’avvio del romanzo.
È inevitabile leggere Vergogna, come del resto tutta la nuova narrativa del Sudafrica, da Un’arma in casa di Nadine Gordimer (Feltrinelli, 1998) al più recente The Rights of Desire (2000) di André Brink (non ancora tradotto in italiano) alla luce del lavoro della Truth and Reconciliation Commission (Trc). Il romanzo di Coetzee sembra muovere proprio dalla difficoltà del processo di riconciliazione, sia per quanto riguarda i rapporti interrazziali, che per i rapporti tra i sessi e quelli tra le generazioni, indicando altrove - in un ritrovato senso di dignità umana e di rispetto per l’altro - la possibilità di ricominciare. L’espiazione della colpa e la successiva “rigenerazione” di David avverranno lontano dalla città, nel corso di una visita alla figlia che vive in una piccola fattoria nella provincia orientale del Capo. Lucy, trentenne e single, “una colona di frontiera della nuova razza”, si guadagna da vivere con una pensione per cani e un banchetto di fiori e verdura al mercato. C’è un uomo che l’aiuta nei campi e con i cani, Petrus, un nero diventato, grazie a un sussidio statale, proprietario del terreno confinante. Il rapporto tra David e sua figlia non è del tutto sereno, mossi come sono da principi e impulsi del tutto diversi, ma David, che ha optato per una forma di esilio volontario da tutto ciò che finora ha contato per lui, si adatta alla nuova precaria esistenza aiutando l’amica di sua figlia Bev Shaw, animalista convinta, nella sua clinica veterinaria, e anche lavorando per Petrus nella costruzione della sua casa.
Il tranquillo ritiro rurale, in cui David programma di scrivere un’opera sul periodo italiano di Byron e la sua storia d’amore con Teresa Guiccioli, sarà drammaticamente spezzato quando tre giovani neri entrano in casa, rubano tutto quello che possono, cospargono David di benzina dandogli fuoco, stuprano Lucy, tagliano i fili del telefono e ammazzano tutti i cani. David sopravvive e intende denunciare il fatto ma Lucy glielo impedisce. Sospettando la connivenza di Petrus, David ritiene che la figlia non possa sentirsi in alcun modo al sicuro in quel luogo isolato e la incita a lasciare la fattoria, ma Lucy è ottusamente irremovibile. Vuole mantenere la sua terra e preferisce vedere nella violenza subita il prezzo da pagare, l’inevitabile riparazione nei confronti dei neri per la lunga storia di torti subiti. Dopo una breve visita a Cape Town, dove sente di non avere più una sua collocazione, David torna dalla figlia aspettando con lei la nascita del figlio della violenza e continuando il lavoro alla clinica degli animali. Ha imparato dalla goffa Bev Shaw ad aiutare i cani a morire senza sofferenza, con il conforto di un gesto d’amore. Ora è lui l’uomo dei cani. Quanto a Petrus, in qualche modo il nuovo soggetto sociale del post-apartheid, Coetzee sembra andare vicino questa volta a dargli una voce, ma non al punto da raccontarne la storia: questa resta un mistero, un buco nero al centro della narrazione. L’inglese - ”una lingua stanca, friabile, rosa all’interno dalle termiti” - non è il mezzo adatto a raccontarla, bisognerà farlo in tempi diversi, in una lingua diversa.
A questo romanzo, forse il più immediatamente accessibile di Coetzee, perché così strettamente legato alla situazione attuale del Sudafrica, è stato assegnato il Booker Prize, premio che già Coetzee aveva vinto nel 1983 per Vita e morte di Michael K. La tenuta narrativa di Vergogna è straordinaria, il racconto è incalzante dalla prima all’ultima pagina. La prosa scarna
e asciutta, che sembra limitarsi a registrare i fatti dall’esterno, senza emozioni e senza giudizi, disegna con agghiacciante precisione le tensioni irrisolte tra bianchi e neri e il pericolo costante di una situazione che, al di là di ogni possibile ottimismo riconciliatorio, viene vista come minacciosa in particolare dai bianchi. L’unica riparazione possibile sembra essere la redistribuzione di tutto ciò che è in possesso dei bianchi, un pezzo di terra, un’automobile, un paio di scarpe; anche le donne diventano una possibile merce di scambio. Eppure questo romanzo non è il grido d’allarme di un bianco per la perdita dei suoi privilegi, né la richiesta di solidarietà con un bianco per la sua disgrazia (Disgrace è il titolo originale del romanzo, un titolo più sottile e complesso di quello italiano). Arrogante, compiaciuto, “né cattivo né buono; né freddo né appassionato”, David Lurie non è il portavoce dell’autore e non raccoglie, se non negli ultimi capitoli, le simpatie e il rispetto del lettore. Il viaggio di David - dalla città alla campagna - da una condizione di chiuso egoismo e di incomprensione della realtà a una visione più lucida, diventa un percorso di illuminazione e di riparazione insieme. La sua esperienza di vita, la sua “disgrazia” si trasforma via via nella ricerca forse inconsapevole di qualcosa per cui valga la pena vivere, al di là della bellezza e della poesia, qualcosa che abbia al centro la sofferenza degli uomini e degli animali. È questo che alla fine riscatta David, lui che non ha capito Melanie, che non capisce quello che gli chiede la commissione d’inchiesta, che non riesce a entrare nelle ragioni di sua figlia e condividere il suo bisogno di legarsi alla terra e al figlio che nascerà, che non riesce a coinvolgersi nemmeno dalla propria disgrazia.

recensione di Prasannarajan, S. L’Indice del 2000, n. 1100

Si prova profondo sgomento, ma anche un certo senso di sollievo, quando si arriva all’ultima riga della nuova opera di J.M. Coetzee, Vergogna, un romanzo sulla verità e la riconciliazione scritto dal più sofisticato conoscitore di anime di tutto il Sudafrica, il Dostoevskij di Città del Capo.
C’è una sorta di suggestiva cupezza nel suo modo di scrivere, da Aspettando i barbari a Life and Times of Michael K (1983) a Foe (1986) a Il maestro di Pietroburgo (1994), da eletto redentore delle regioni oscure. Anche Vergogna è un libro cupo, che persegue con furia l’idea di redenzione, un romanzo sospeso tra violenza e riconciliazione.
“Io descrivo perversioni della verità. Scelgo strade tortuose e conduco bambini in luoghi oscuri. Seguo il danzare della penna”. Sono parole dell’immaginario Dostoevskij di Il maestro di Pietroburgo, e valgono anche per Coetzee stesso. Vergogna descrive alla perfezione la perversione della verità del nuovo Sudafrica, ma definirlo un romanzo politico sarebbe una semplificazione eccessiva. Per Coetzee, viaggiatore nelle regioni oscure, il politico non è che un accessorio dell’esistenziale. La verità in questo romanzo non è assoluta, e il processo di riconciliazione che vi è tracciato non ha molto a che fare con il consueto percorso di colpa e pentimento. In questa storia di due violenze sessuali e del silenzioso e autorigenerante procedere della riconciliazione, la condizione di vittima non è monopolio di alcuna razza, e il processo di guarigione non segue il copione scritto dalla Storia.
Nadine Gordimer, il cui immaginario è fortemente determinato dal colore della sua pelle e dal periodo storico in cui vive, ha scritto: “Lo scrittore bianco deve decidere se rimanere fedele all’ordine sociale dei bianchi ormai in declino (anche come dissidente, se non procede oltre questa posizione, rientra seppur da scettico in quest’ordine) o se schierarsi senza remore per l’ordine che sta lottando per prendere vita. E dichiararsi favorevole a quest’ultimo è solo l’inizio.Se questo vale per tutti i bianchi, vale ancora di più per uno scrittore. Lo scrittore deve trovare il modo per riconciliare l’inconciliabile dentro di sé, e per costruire un rapporto con la cultura di una comunità dai parametri completamente nuovi, che non è razziale ma che nasce da un impianto razziale, e che è guidata dai neri”.
Gordimer, probabilmente la scrittrice bianca più nota del Sudafrica, rappresenta lo stereotipo del redentore sudafricano: il suo è lo stile favorito da questo paese senza giustizia che traduce la scorrettezza della storia nel linguaggio della correttezza sociale.
La dissidente privilegiata, la scrittrice bianca che ha lottato contro l’apartheid, è riuscita anche a vincere il Premio Nobel per la letteratura, dato che l’impegno sociale, o forse la correttezza politica, sono qualità letterarie consone all’estetica dell’Accademia Svedese. La storia sudafricana, un racconto a base di colpa e odio, di resistenza e pentimento, è il canovaccio ideale per qualunque sociologo capace di scrivere romanzi, come Nadine Gordimer. Romanzi in cui l’essere bianchi è un fatto più politico che esistenziale, romanzi deformati da nobili intenti.
Coetzee è invece un romanziere sudafricano bianco che si rifiuta di essere un ingegnere sociale, ed è uno scrittore che si rifiuta di offrire scelte limpide, in bianco e nero.
Coetzee è più dostoevskijano che didattico, e Vergogna rappresenta il perdono ritrovato in un paese di desolazione.

© “Biblio”, traduzione dall’inglese di Monica Di Biagio.

 

Andrea (03-11-2008)
Questo romanzo di Coetzee è ottimo. Ben bilanciato, è composto da un mix di elementi narrativi sapientemente dosati. Lo scontro generazionale e sociale, la componente etico-morale, le immobili variazioni del pensiero del protagonista…
Voto: 4 / 5

 

Giuliopez (16-07-2007)
Capisco perchè abbia vinto il premio Nobel! Coetzee è uno scrittore di razza, vero, asciutto che arriva al cuore delle storie e dei sentimenti che vuole narrare. E’ un libro che rimarrà nel mio cuore a lungo e che ho molto apprezzato anche per un viaggio fatto in Sudafrica due estati fa… Assolutamente da leggere!
Voto: 5 / 5

 

Alessia (29-06-2005)
E’ un libro che bisognerebbe far leggere nelle scuole, obbligatoriamente: aiuta a non dimenticare che cosa sia l’uomo e di cosa possa essere capace. Con i tempi che corrono, sono davvero cose da tenere a mente.
Voto: 5 / 5

 

Lorenzo Pederzolli (18-03-2004)
Ho letto questo libro perchè attirato dal fatto che Coetzee con esso abbia vinto il premio Nobel 2003. Devo ammettere che esso merita tutti i riconoscimenti possibili. L’autore rappresenta nel testo una realtà cruda ma realmente esistente, lontana e quasi impensabile per noi Europei. Consiglio questo libro a chi crede che i nostri piccoli problemi di ogni giorno siano insormontabili.
Voto: 5 / 5

 

ivan (26-10-2003)
oserei definirlo un capolavoro della letteratura contemporanea. Permane il senso di tristezza che accompagna le altre opere dello scrittore ma il libro è, senza dubbio, un capolavoro. per chi ama la lettura non può mancare nella biblioteca
Voto: 5 / 5

 

 

Risolvere il problema del sesso è un tema enunciato subito nella prima pagina del romanzo Disgrace / Vergogna dello scrittore sudafricano J.M. Coetzee (1940-). Il protagonista Prof.David Lurie incontra la prostituta Soraya una volta alla settimana ed è contento e soddisfatto. Ma quando poi scoppia lo scandalo, per l’abuso sessuale di una studentessa, dinanzi alla commissione d’ inchiesta egli ammette la sua colpa, ma rifiuta di scusarsi; e a testa alta,calmo e beffardo dichiara: “…è subentrato Eros…. sono diventato un servitore di Eros“. Successivamente la propria figlia Lucy è violentata da alcuni neri. Allora il padre insorge, vuole proteggere la figlia e denunciare i malfattori. Ma Lucy dissente: non tanto per una antica colpa dei bianchi da espiare riguardo agli africani, ma perché realisticamente sarebbe inutile e anche controproducente. Da ciò emerge se non il cinismo dell’autore (come qualcuno ha detto), almeno un profondo doloroso pessimismo umano.

Attraverso tutto il romanzo, il sesso è visto come un semplice dato di fatto o impulso naturale; come dato culturale (passione e arte); come problema morale (tradimento e violenza); e alla fine come arma di vendetta e lotta di potere nel travagliato Sud Africa, prima e dopo l’apartheid. Letterariamente, le esperienze sessuali di David sono alimentate da sentimenti poetici come After the storm / Dopo la tempesta di George Grotz (sentimenti del dopo-orgasmo) o i versi del Preludio di Wordsworth; mentre il rito della seduzione è accompagnato dal quintetto per flauto di Mozart o i motivi di Scarlatti. Il problema morale emerge quando il genitore della studentessa sedotta lo affronta nel corridoio dell’università: … lui si dovrebbe vergognare! In seguito, quando è dimesso dall’insegnamento (col nome nel fango, dice l’ex moglie) David si consola ancora con l’arte: si culla nel progetto di comporre un’opera da camera, voci e musica, sull’ultima passione di Lord Byron con la Contessa Guccioli in Italia. Ma se ciò appare patetico, è commovente l’umiltà che egli apprende nel suo stato finale di disgrazia e umiliazione: la pena e la pietà che prova nell’ accudire all’uccisione umanitaria di cani abbandonati.

Alla storia privata di sesso e violenza del protagonista e della figlia, si compenetra e si sviluppa il tema sociale di questo romanzo, che è quello della violenza che scaturisce dal contrasto di culture diverse. Il primo grande romanzo africano che descrive la violenza del contrasto di culture in Africa è Things fall apart / Il crollo di Chinua Achebe del 1958. La stessa arte amatoria del Prof. Lurie è ispirata a una letteratura (Byron, Wordsworth, ecc.) aliena alla cultura africana, e infatti gli studenti sono più sensibili a Toni Morrison che a Byron. Quella cultura inglese è la stessa (The Mayor of Casterbridge e Shelley e Keats e Wordsworth) che V. S. Naipaul nel suo romanzo Half a life / La metà di una vita definisce “a pack of lies”, un mucchio di bugie: una cultura straniera (“No one fills like that / nessunosente in quel modo”) nell’India dell’Impero britannico, come qui in Africa. 

    A questo romanzo, tanto per la storia privata che per quella sociale, si può applicare il pensiero di Antonio Gramsci ch’è riportato nel frontespizio del romanzo July’s People / Luglio dell’altra scrittrice sudafricana Nadine Gordimer: “Il vecchio sta per morire e il nuovo non può essere nato; in questo inter-regno sorge una grande diversità di morbidi sintomi” (Quaderni del Carcere). Nel contrasto di culture scoppia la violenza e sorge anche pateticamente “una grande diversità di morbidi sintomi”, come appunto il vagheggiamento culturale e la misera fine di David. Emerge un profondo doloroso pessimismo umano, dicevamo, ma emerge anche, forse, una vaga speranza: Lucy, vittima di violenza, rifiuta la vendetta o il riscatto, non fugge, come vorrebbe il padre, ma resta e cerca una comune radice culturale di convivenza Egidio Marchese

 

 

Madame Bovary, dopo un pomeriggio di “scopate selvagge”, ritorna a casa e guardandosi allo specchio esclama: «questa è dunque la felicità. Questa è la felicità di cui parlano i poeti? » David Lurie,  prof. di Scienze della comunicazione a Città del Capo, dopo essere stato  a letto con una prostituta,  paragona  la propria felicità  a quella di Emma : la giudica “moderata, molto moderata”. Di nuovo, il sottotesto flaubertiano ‘agirà’, nella declinazione del verbo, quando  Lurie, il primo giorno in cui viene ospitato da sua figlia, dedica una attenzione maniacale alla liturgia del proprio mangiare:  «niente disgusta un figlio più del corpo di un genitore quando esplica le sue funzioni ». Emma si accorge dell’odio e del livore insaziabile  che prova  verso il pauvre Charles vedendolo mangiare, osservando la sua masticazione insopportabilmente lenta .

David Lurie: sposato e separato due volte, una figlia, posthippie e lesbica, che ha rifiutato l’orizzonte agiato, civilizzato  della metropoli sudafricana per addentrarsi nella  wilderness di una fattoria sperduta nell’heart of darkness del Sudafrica più tradizionale e primordiale, archetipico, a contatto con una natura ostile, selvaggia, feroce.

Vive in una terra  e fra uomini che sembrano l’infanzia del mondo. Una fattoria inospitale, che è anche ospizio per cani, un luogo dove la sua disadattabilità ed inquietudine trova, però, requie e forma, una qualche, sia pur precaria, struttura di senso.

La  vorace curiosità sessuale di David – niente di luciferino o dongiovannesco, ma semmai pura irresponsabile gaudente immaturità  – lo porta a commettere un gesto foriero di terribili conseguenze, una specie di hybris che scatena le ire della società falsamente tollerante che  lo circonda, morbidamente adagiata sulla bibbia del politically correct: seduce una sua studentessa che, denunciandolo per molestie sessuali, causerà la “Disgrace” ( tit.originale) del  prof.

Davanti a quella specie di ibrido fra un tribunale dell’inquisizione e un consiglio di facoltà, David non pronuncia alcuna abiura, anzi quasi rivendica la gratuità pericolosità del suo gesto,  rifiutando di trasformare la sua vita privata in uno show televisivo e  abbandona città, università, ozi,  il confortevole e suadente mondo della  accademia. Così ’spiega’ il suo gesto: «E’ entrato in scena Eros. da quel momento tutto è cambiato…Non ero più me stesso. Non ero più un cinquantenne divorziato e padrone della sua vita. Sono diventato schiavo di Eros».

Nella seconda strofa della poesia Sailing to bysantium, quella che comincia con il desolato incipit ” questo non è un paese per vecchi”, Yeats prosegue attingendo ad una immagine blakiana :

” un uomo anziano non è che una cosa miserabile, / una giacca stracciata su un bastone, a meno che/ l’anima non batta le mani e canti, e canti più forte/ per ogni strappo nel suo abito mortale…”

Ecco che cosa ha fatto Lurie, non ha calcolato che il paese dove vive non accetta che un vecchio «possa far cantare la sua anima e battere le mani»: la polis non può tollerare che Crono  violi Armonia,  non può lasciare impunito uno scandalo siffatto.  David Lurie-Edipo,  per questo, si è autocondannato all’esilio: dai fasti e dai riti della cultura accademica, in un rapido décalage, senza però l’estetizzante  voluttuoso autocompiacimento di chi  scivola, lentamente, negli abissi. Lui che usava i Sonnets shakespereani e Wordsworth come piccolo manuale portatile di infallibile strategia della seduzione, sempre pronto all’uso e ad ogni evenienza, si trova, in un rapido lasso di tempo,  ad assistere una amica veterinaria di sua figlia, che compie pietose eutanasie su cani che poi lui stesso trasporta in un inceneritore: il prof. David Lurie è ora psicopompo di cani morti,  dei cani e dei libri, e dei cani nei libri autre fois.

La scittura di Coetzee è il risultato di una operazione basata sul sottrarre, sul ‘levare’: via ogni deriva psicologista od  ermeneutica, alla ricerca di una espressività tesa, asciutta, scarnificata, essenziale, per cogliere, poi, il centro esatto delle cose, la verità che è come cuneo profondo che incide, che strazia, carne e anima.

E questa secchezza espressiva, quasi rudimentale, è consentanea della elementarità primitiva del mondo in cui vive la figlia di David e David stesso: un mondo dove violenza, istinto, regole ancestrali risultano incomprensibili a chi li osserva con le lenti deformanti e superbe della Kultur. E anche una violenza carnale può essere accettata, avere una sua logica, una sua morale, una sua accettabilità, all’interno di quell’universo ancestrale siffatto.

L’alter ego di  David Lurie è Lester Burnham, protagonista   di American Beauty. Quest’ultimo si arresta laddove David prosegue: entrambi, comunque, non si  curano del memento contenuto nell’ ultimo coro dell’Edipo re («Non dire nessuno felice se non hai visto l’ultimo dei suoi giorni »), nè tantomeno Ovidio,  ( le sue Metamorfosi“, altro sottotesto di questo libro) volgarizzato da Montaigne Nemo ante obitum beatus:   solo pochi minuti, prima di morire, esclama estatico, beato e convinto : «Sto da dio, sto da dio».

 

I prossimi libri

Presentiamo i due romanzi sui quali discuteremo mercoledì 1 Aprile, alle ore 21 in Palazzo Trivulzio a Melzo.

Vergogna di J. M. Coetzee

“A suo avviso, per essere un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, ha risolto il problema del sesso piuttosto bene”. È la prima frase di “Vergogna”, e chi la pronuncia, il professor David Lurie, quel problema non l’ha risolto affatto. Non a caso, una sera Lurie invita a casa sua una studentessa e la seduce. Costretto a lasciare la professione, Lurie si rifugia da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Lurie vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra.

La scomparsa di Patò di Andrea Camilleri

 

Vigàta, 21 marzo 1890: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della “Banca di Trinacria”, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso, è scomparso nel nulla durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, nella quale interpretava il ruolo di Giuda. Che fine ha fatto? E’ morto? O si è voluto nascondere? E soprattutto, perché è scomparso? Scritto in forma di dossier, a metà tra la commedia di costume e il giallo.

Spunti per una riflessione su “Pastorale americana” di Philip Roth

Il piacere della lettura – marzo 2009

La cosa più importante della sua vita era questa. Risparmiare sofferenze ai propri cari, essere buoni con tutti, sino al midollo.

 

1)      Eccellente analisi nelle prime pagine di un mito adolescenziale e del fascino di un  “semi-Dio”; il narcisismo tenuto a freno; il gesto magnanimo verso la folla plaudente. Uno dei prezzi che si pagano quando si viene scambiati per un Dio è l’inesausta tendenza dei tuoi accoliti a sognare.

2)      Sin dalle prime pagine appare evidente una delle caratteristiche del testo: l’intricato sistema dei personaggi, dei loro complessi rapporti. Ad esempio Zuckermann e lo Svedese; Zuckermann e Jerry; lo Svedese e suo fratello Jerry; lo scrittore riflette su come doveva essere stato difficile essere il fratello dello svedese; si spiega così l’aggressività a ping-pong, e nella II parte lo sfogo di Jerry al telefono quando il fratello gli chiede aiuto.

3)      La lettera e l’incontro al ristorante; incontro enigmatico, quasi una “caduta degli Dei”. In una conversazione banale, intrisa di luoghi comuni, Zuckerman arriva a pensare dello Svedese: Tutto quello che diceva era soffuso di melensaggine, ineccepibili banalità, balordaggine… era una damigiana di autocompiacimento, quest’uomo non può essere incrinato dal pensiero… non sapevo se avesse dei pensieri.

4)      Zuckermann però sa che nessuno passa attraverso la tristezza, il dolore, la confusione e la perdita senza restare segnato in qualche modo. Quindi muove alla ricerca di un possibile dolore dello Svedese; “Forse il cancro alla prostata… Tradito all’improvviso da un corpo meraviglioso

5)      Riunione degli ex allievi, 45°, Zuckermann incontra gli amici d’infanzia e soprattutto Jerry, il quale lo informa della morte dello Svedese. Non solo, gli racconta di Merry, e descrive in modo diverso lo Svedese: E se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto è farsele troppo tardi. Seymour non è mai stato così semplice. La semplicità non è mai così semplice. Riflessioni di Zuckermann alla festa ballando: aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea.

6)      Qui arriviamo ad un punto cruciale nella costruzione narrativa, struttura che pone dei problemi interessanti. A) lo svedese è morto: quindi, chi racconta la storia, i pensieri più intimi, i dialoghi di altri personaggi? In realtà è Zuckermann, che ballando con una sua ex, si interroga su quale sia stato l’errore, la trasgressione dello Svedese  e confessa: Sognai una cronaca realistica (la vicenda del bacio dopo il bagno sotto il sole estivo). B) quindi le vicende narrate da qui in seguito corrispondono al vero? Sono la “vera” vita dello Svedese? Sono semplicemente frutto dell’immaginazione di Zuckermann? C) Zuckermann ci informa di aver già scritto qualcosa e di averlo inviato a Jerry: ma non ci dice la risposta, cioè non sappiamo se Jerry, naturalmente più al corrente della vita dello Svedese, approva o meno la ricostruzione.  E’ appena il caso di dire che è proprio questo moltiplicarsi dei punti di vista, questa diffrazione come in un gioco di specchi della realtà e della interpretazione, uno dei pregi del testo e una delle caratteristiche da cui si riconosce il grande scrittore.

7)      Altro tema interessante: la causa della balbuzie di Merry. Lo Svedese rimane sconcertato e quasi offeso di fronte allo  psichiatra, che gli chiede quali sono i vantaggi della balbuzie (!), e definisce la figlia una ragazza estremamente lucida e manipolatrice.

8)       Comparsa di Rita Cohen: personaggio misterioso, che all’inizio provoca addirittura sentimenti positivi nelle Svedese, che quando presenta la fabbrica e illustra le tecniche di produzione, ha la sensazione che “nulla era andato in rovina”. In seguito si affronta il tema politico del libro, con la “tirata comunista” di Rita, sfogo ideologico a cui lui contrappone le seguenti riflessioni: lei non sa nulla, non ha mai visto una fabbrica, non sa cosa sia lavorare.

9)      L’infanzia di Merry e soprattutto i rapporti con la madre. Lo Svedese è sorpreso di fronte alle accuse di Rita verso la madre: ne è un primo esempio la “festa delle mestruazioni”; no, risponde lo Svedese, era una semplice festa di compleanno. Inoltre Rita gli dice che sua madre la odiava;  no, risponde lo Svedese, era ansia, preoccupazione per lei, per la sua balbuzie. Allora allo Svedese viene in  mente un episodio importante, il primo trauma psicologico della figlia: Merry che da bambina vede alla televisione il buddista che si dà fuoco, e si chiede: possibile che nessuno abbia una coscienza; devi proprio distruggerti col fuoco per far ragionare la gente? E le troupe televisive che riprendono la scena non intervengono?

10)  Un tema centrale del libro è l’approfondimento psicologico della figura della moglie Dawn. Cinque anni dopo arriva la lettera di Rita Cohen, in cui Rita confessa il suo amore per Merry, altro tema che rimane ambiguo. Lo Svedese non informa la moglie, in quanto è stata ricoverata due volte per tentato suicidio e adesso sta cercando di riprendersi. Anche in questo punto la struttura narrativa è molto complessa. Infatti Roth scrive dello Svedese: Lui immaginava di andarla a trovare 2/3 volte l’anno. E il lettore è portato a chiedersi: ma questo è accaduto veramente, o è solo una fantasia dello Svedese? E quindi, come dobbiamo interpretare lo sfogo successivo di Dawn? (tu non mi hai lasciata in pace, tu che dovevi sposare la bambolina, la principessa, mi hai rovinata, io volevo diventare maestra, ho partecipato al concorso di bellezza fatto solo per soldi, poi volevo solo ritornare alla normalità, per cui ti ho sposato). In realtà, sembra più una fantasia dello Svedese, tanto è vero che Roth scrive: gli era di grande aiuto, tornando a casa dopo quelle visite, ricordarla come la ragazza che era stata veramente. Le riflessioni che compie lo svedese sono molteplici: rimane ferito quando sente la moglie dire a Orcutt che Aveva sempre odiato la casa. Così lui accetta di vendere perché pensa a lei, ad aiutarla a dimenticare. Vi è inoltre una bellissima riflessione sulla bellezza, definita un carattere eccessivo che rende odiabili ed invidiabili; per difendersi occorre sviluppare il sense of humour, bisogna avere una certa spietatezza.

11)  Rapporti tra lo Svedese e Merry: anche in questo caso sono rapporti ambivalenti. Lo Svedese ricorda l’episodio della sveglia quotidiana della figlia, definendolo il rituale mattutino a cui aveva la fortuna di assistere. Ma quando ritrova la figlia pensa anche “carognetta balbuziente e sputacchiante, chi cazzo credeva di essere?  Lui invece l’America la amava, non avrebbe potuto smettere di amarla, non più di quanto avrebbe potuto smettere di amare padre e madre” Rammenta anche quando la figlia, a soli 2 anni, se ne era uscita con un “Mi sento sola!” E di come Merry gli diceva che la mamma aveva sempre da ridire sul modo in cui si pettinava o si vestiva; non mangiava mai quello che le dava la madre.

12)  Merry vive in un ambiente squallido, e lo Svedese, così legato al lavoro, alla fatica che aveva fatto i propri genitori, osserva che “la figlia viveva peggio dei bisnonni immigrati. Era la quarta generazione, ma tutto era finito in niente”. Segue il drammatico dialogo padre-figlia, sintetizzabile in alcune riflessioni dello Svedese: “E’ diventata una Giaina: prima l’altruistica sciocchezza del Popolo, ora l’altruistica sciocchezza dell’Anima Perfetta. E’ la monotona cantilena degli indottrinati, ideologicamente corazzati da capo a piedi…Tu che non vuoi ammazzare una mosca, stai ammazzando me… Dice che ha ucciso 4 persone, e lo dice con la stessa innocenza  di “oggi pomeriggio ho cotto i biscotti al cioccolato”.

13)  Al termine dell’incontro, avviene la telefonata a Jerry,  che invece di consolarlo lo accusa di non aver mai scelto niente nella vita. Lo commisera dicendo “e tu credevi che quella facciata non costasse nulla”. Anche Zuckermann-Roth osservano che lo Svedese si carica tutto sulle spalle, ma che soprattutto “non pensò mai che questo uso instancabilmente impersonale di se stesso avrebbe potuto logorarlo”.

14)  L’ultima parte del libro rappresenta una cena a casa Seymour, ed è l’occasione per tirare le fila, e spiegare come poi si arriverà in pratica al divorzio e alla seconda vita dello Svedese. Viene analizzato il rapporto Dawn-Orcutt; inizialmente Dawn trovava irritante Orcutt, per il suo atteggiamento superbo, padronale; poi progetta con lui la nuova casa, compra un suo quadro (veramente brutto, come tutti notano, ma che lo Svedese interpreta, così come il lifting,  come segno che il desiderio di vivere è più forte del desiderio di morire. Lo svedese scopre che i due sono amanti;e ancora una volta “capisce” Dawn pensando che Vorrebbe tornare con me: ma non può, è tutto troppo orribile. Che altro può fare? Deve credersi un veleno. Ha messo al mondo un’assassina.

15)  Orcutt e la moglie Jessie vengono presentati come personaggi detestabili. Lo svedese pensa: Si, in quest’uomo, Orcutt, c’è qualcosa che non va… per i  quadri, per l’uso delle mani durante la partita, per il suo senso di superiorità nella visita al cimitero. Tutto ciò implica un’insoddisfazione profonda… Sopra il gentleman sotto il verme, la barbarie civilizzatrice di Orcutt… Riguardo alla moglie, basti questa illuminante considerazione: “Ciò che trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia che li rendeva quello che erano – e svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà.

16)  Vi sono altri personaggi importanti ala cena, soprattutto la foniatra Sheila Salzman, l’amante, che però non lo ha avvisato della presenza di Merry. La telefonata di Rita Cohen alla cena chiude simbolicamente il libro. Questa è la reazione dello Svedese: “Una grande idea si impossessa di lui: la sua capacità di soffrire non esiste più”

 

Quali libri per i prossimi due incontri?

 

Consigliati dal vostro coordinatore

 

Piazza del Diamante di Mercè Rodoreda

 

“La piazza del Diamante” è il racconto di una vita: la storia di Natàlia, una ragazza molto semplice, ingenua, abituata a non esprimere le proprie emozioni, che si ritrova a vivere nella Barcellona della Repubblica e della guerra civile, il dramma della miseria, la perdita del marito, la solitudine, finché un secondo matrimonio non le aprirà la possibilità di una nuova vita. Con una toccante intensità, Natàlia più che raccontare sembra suggerire attraverso i dettagli i suoi sentimenti, la sua sensibilità femminile, tutta la fragilità e la complessità dell’essere umano.

 

La strada di Cormac Mc Carthy

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un’apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c’è storia e non c’è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all’olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d’infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l’uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d’acqua grigia, senza neppure l’odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile…

 

L’urlo e il furore di William Faulkner

 

 

Il 1929, passato alla storia come l’anno del crollo di Wall Street che segnò l’inizio della Grande Depressione, è un anno fondamentale anche per la letteratura americana. Escono infatti “Addio alle armi” di Hemingway e “L’urlo e il furore” di Faulkner, una coincidenza che avvicina i libri, diversissimi tra loro, di due amici. Faulkner dà voce barocca a tutte le ossessioni e i fanatismi di quel Sud di cui pativa l’interminabile decadenza, incominciata con la sconfitta nella guerra civile. La mitica contea di Oxford diventa il teatro di un insanabile conflitto tra bianchi e neri, bene e male, passato e presente. Il romanzo è un complesso poema sinfonico in 4 tempi, che scandiscono le sventure di una famiglia del profondo Sud.

 

L’amante di Yehoshua Abraham

 

Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L’amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L’autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na’im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l’amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell’amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l’impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto.

 

La scomparsa di Patò di Andrea Camilleri

 

Vigàta, 21 marzo 1890: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della “Banca di Trinacria”, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso, è scomparso nel nulla durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, nella quale interpretava il ruolo di Giuda. Che fine ha fatto? E’ morto? O si è voluto nascondere? E soprattutto, perché è scomparso? Scritto in forma di dossier, a metà tra la commedia di costume e il giallo.

 

 

Il pane di ieri di Enzo Bianchi

 

L’angoscia di fronte alla domanda: “che tempo fa?” è certo più forte quando un semplice evento atmosferico può distruggere in pochi minuti un anno di lavoro. Allora non è poi così strano vedere il parroco del paese incedere nella tempesta, il piviale viola scosso dal vento, fendere l’aria con l’aspersorio dell’acquasanta e implorare con voce ferma Dio di fermare la grandine: “Per Deum verum, per Deum vivum”. In un mondo sempre più abitato da suoni nuovi e pervasivi è facile perdere le voci antiche che scandivano lo scorrere del tempo: il canto del gallo all’alba, il rintocco delle campane che annunciava momenti lieti o tristi, il grido dell’acciugaio e il richiamo del venditore ambulante di carta da lettere. Suoni quotidiani, destinati a tutti. Il cibo, a ben guardare, oltre che un nutrimento necessario è anche qualcosa di cui si deve “aver cura”. La tavola è luogo di incontro e di festa e la cucina è un mondo in cui si intrecciano natura e cultura. Preparare il ragù può diventare allora un momento di meditazione e la bagna càuda un vero e proprio rito in cui gli ingredienti che la compongono rappresentano uno scambio di terre, di genti, di culture. A dispetto di ogni localismo (anche culinario) tutti i cibi anche i più nostrani, sono carichi di debiti con l’esterno e con chi, in terre lontane, ha coltivato le materie prime, le ha fatte crescere e le ha raccolte. Storie ricche di personaggi singolari, di saggezza popolare, di amore per la terra, di riflessioni sulla vita, la morte e la ricchezza della diversità.

 

Le correzioni di Johnathan Franzen

 

Enid e Alfred Lambert, in una città del Midwest americano, trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». Ma i figli se ne sono andati sulla costa: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie infantile; Chip che ha perso il posto all’università per «comportamento sessuale scorretto»; infine Denise, chef di successo che conduce una vita privata discutibile secondo i Lambert.

 

Vergogna di J.M. Coetzee

 

“A suo avviso, per essere un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, ha risolto il problema del sesso piuttosto bene”. È la prima frase di “Vergogna”, e chi la pronuncia, il professor David Lurie, quel problema non l’ha risolto affatto. Non a caso, una sera Lurie invita a casa sua una studentessa e la seduce. Costretto a lasciare la professione, Lurie si rifugia da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Lurie vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra.

 

Consigliati dal gruppo di lettura

 

Venuto al mondo di Margaret Mazzantini

 

Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

 

La vita è altrove di Milan Kundera

 

La vicenda del poeta sbirro, ennesimo sconcertante golem di Praga, è seguita da Kundera in questa prima opera pubblicata nell’esilio francese, composta però intorno al ‘69 in patria; vicenda inquietante, universale fino all’esemplarità e insieme propria di un luogo e un tempo irripetibili (altra cosa, più facile, fu il tradimento di Eluard che consegnava, rinnegandoli con ostentata purezza di rivoluzionario gli ex amici praghesi ai boia di Stalin: gesto internazionale, dagli effetti a distanza, poetico e lieve in fondo) oggetto di una narrazione tagliente, sofferta e pure divertente, in qualche modo esemplare della traiettoria intellettuale di Kundera, narrazione in cui si penetra più che per altre vie l’enigma storico e politico di un’epoca e di un paese in cui “i comunisti presero il potere per acclamazione di quasi una metà della popolazione. E state attenti: quella metà era la più attiva, la più intelligente e la migliore…; mistero di quella impressionante congiuntura in cui la rivoluzione, certo non un pranzo di gala, si rivelò, tra l’altro, “una trappola per giovanotti”.

 

Molto forte, incredibilmente vicino di Foer Jonathan S.

 

 

A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: “C’è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo”. È l’11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all’enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l’incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita

 

 

Un nome da torero di Luis Sepulveda

Berlino, seconda guerra mondiale: una collezione di antiche e preziosissime monete d’oro scompare dai forzieri della Gestapo. Cinquant’anni dopo, in una Berlino ormai liberata dal Muro, un ex guerrigliero cileno dal passato complicato, e che porta il nome di un famoso torero, Belmonte, viene incaricato da una compagnia di assicurazioni di ritrovare il tesoro della Collezione della Mezzaluna Errante. Ma c’è anche qualcun altro interessato a quelle monete: in quella stessa Berlino un ufficiale dei servizi segreti della Germania Est riceve lo stesso incarico. Comincia così per l’ignaro Belmonte un duro inseguimento che dall’Europa lo porterà fino alla Terra del Fuoco

 

Vedi alla voce:  amore di David Grossman

 

Come parlare dell’Olocausto alle nuove generazioni, a chi è troppo giovane per aver vissuto l’orrore? A questa domanda – una necessità ineludibile – posta dallo scrittore Elie Wiesel, David Grossman ha risposto con questo romanzo. Protagonista e narratore è il piccolo Momik che, figlio di deportati, sente parlare in modo oscuro e allusivo dell’Olocausto, si interroga sul mistero dei numeri tatuati sulla pelle dei genitori, crede che la “belva nazista” sia realmente un animale feroce, sconosciuto e terribile. Ma per capire davvero dovrà crescere, diventare scrittore e seguire le tracce del nonno in Polonia; poi compiere un viaggio impossibile per mare, lasciarsi trasportare da personaggi immaginari e approdare all’ultima fantastica invenzione del libro: un’enciclopedia dove si raccolgono i fili innumerevoli del romanzo, e della vita. Così, con questa grande creazione etica, con questo libro insieme folle e scientifico, ingenuo e poetico, drammatico e grottesco, Grossman realizza il tentativo di interpretare e inventare una realtà segnata indelebilmente dal dolore.

 

I prossimi libri

Per il prossimo incontro che si terrà mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 21 in Palazzo Trivulzio a Melzo vi ricordo i libri proposti: per il percorso “generazioni e famiglie a confronto” leggeremo PASTORALE AMERICANA di Philiph Roth.

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Avete ulteriore tempo? Non vi piace “Pastorale Americana”? Bene, allora potete leggere IL PIATTO PIANGE, romanzo di Piero Chiara, per la serie “vita in provincia”.

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Ci vediamo l’undici marzo. Vi aspetto numerosi!

Vitali- Woolf: un confronto

Per stimolare la discussione vi propongo un confronto tra i due libri da leggere per oggi, “La signora Dalloway” di Virginia Woolf ed “Olive comprese” di Andrea Vitali. Sembra impossibile il confronto dato che si tratta di due romanzi molto diversi, ma proprio questa diversità aiuta a far emergere interessanti riflessioni.

CONTENUTO:

Trama

SD: la descrizione di una giornata di giugno di una signora cinquantenne a Londra;  sta preparando un party per la serata. Il party sarà poi funestato dalla notizia del suicidio di un reduce dalla Grande Guerra.

OC: E’ praticamente impossibile riassumere la trama, tante sono le storie presenti in questo romanzo corale che racconta le vicende dei paesani di Bellano, sul lago di Como, durante alcuni anni del ventennio fascista.

Personaggi:

SD: La signora Dalloway quale indubbia protagonista, Peter Walsh, l’amico fidato,  Septimus Warren. Altri personaggi rimangono sullo sfondo: Sally; Elizabeth; Richard il marito, Rezia.

OC: E’ il classico romanzo corale, con decine e decine di personaggi, e in cui non esiste il protagonista. Va detto che però alcuni personaggi vengono posti in primo piano (il maresciallo, il podestà, Filzina, la Sofistrà), altri sono secondari (la perpetua, il prevosto).

Luogo- Tempo

SD: la città di Londra, descritta molto puntualmente il 13 giugno 1923. La costruzione è così accurata che è possibile seguire la signora Dalloway nelle varie strade e nei parchi di Londra in relazione alle ore della giornata. Altro luogo del romanzo è la casa, ben descritta soprattutto in quanto spazio simbolico (Clarissa, cripta, cella etc.).

OC: Sicura e cinematografica è anche la descrizione di Bellano, del lago di Como e delle montagne circostanti, colti in diverse condizioni climatiche. Sono riuscite anche le descrizioni degli interni, soprattutto delle case della povera gente. Riveste una certa importanza anche la descrizione della città di Roma, dove compie il suo apprendistato professionale ed esistenziale il fratello di Filzina.

Caratterizzazione dei personaggi

SD: che dire? Molto accurata la introspezione psicologica, soprattutto della protagonista, la cui interiorità viene messa a nudo con grande maestria. E’ proprio l’estremo approfondimento psicologico uno dei tratti salienti della narrativa della Woolf.

OC: qui invece ho trovato la caratterizzazione psicologica piuttosto superficiale, frammentaria. In personaggi sono abbozzati, mai scavati in profondità e a volte si riducono a macchiette, a caratteri stereotipati. Vitali si è concentrato di più nella ricostruzione storico-sociale di un’epoca.

FORMA

Presentazione dei personaggi

SD; presentazione indiretta: non viene detto dall’autrice quasi niente sui personaggi, che entrano in scena secondo una tecnica teatrale; è il lettore che deve impegnarsi per capire chi sono e quali sono i loro rapporti.  OC; presentazione classica in stile ottocentesco; viene introdotto il personaggio e segue una piccola scheda biografica con la sua storia, le caratteristiche fisiche, sociali ed economiche.

Narratore e Punto di vista

SD:il narratore è esterno, ma il punto di vista è sempre interno, nel senso che la storia, le vicende, vengono sempre filtrate dal personaggio che le vive in prima persona, soprattutto la protagonista. In realtà la Woolf è così brava che riesce a far vedere al lettore gli avvenimenti sia “dall’esterno” sia “dall’interno” della psiche dei personaggi. (Es. Septimus: possiamo vedere dal di fuori, con distacco, la sua follia, ma la possiamo vedere e capire anche dall’interno, dal suo punto di vista).

OC: Il narratore è esterno, onnisciente. Anche il pdv è generalmente esterno, classico, e così il lettore può divertirsi in quanto sa già in anticipo molte informazioni che i personaggi non conoscono. Solo in alcuni casi, per i personaggi meglio caratterizzati (come il maresciallo Maccadò) si passa ad un punto di vista interno.

Fabula – Montaggio

SD: la storia dura in effetti una giornata, ma il tempo viene dilatato con il ricorso alle “gallerie della memoria”, flash back evocati da un suono, da un immagine etc che riportano i personaggi alle loro esperienze passate. Altra tecnica difficile, che richiede l’impegno del lettore. Da segnalare un’altra tecnica che ricorda il montaggio cinematografico: ad esempio il volo dell’aereo nelle prime pagine. La Woolf descrive il volteggiare dell’aereo, poi “zoomma”, passa alle persone che lo stanno osservando, passa al primo piano, svela i loro pensieri, poi segue il loro sguardo e ritorna a descrivere il volo dell’aereo.  OC: La storia è ambientata negli anni 1936-9, ma vi sono chiari flash back che risalgono sino ai primi del ‘900. Questi ritorni al passato sono sempre funzionali per spiegare qualche elemento della storia principale, che in quel momento viene interrotta, per poi riprendere alla fine della digressione. E’ la classica tecnica del romanzo ottocentesco, che si preoccupa di fornire al lettore tutti gli elementi per comprendere la storia.

Stile:

SD Anche qui, cosa dire che non sia già stato scritto? La scelta lessicale è corposa, ricca, estremamente varia e ricercata; prevale la costruzione ipotattica, con periodi lunghi complessi e ricchi di subordinate.

OC Lo stile è vicino alla narrazione orale; il lessico è medio, di facile lettura, con alcune incursioni nei dialettismi (es. usmavano); la sintassi è modellata sul linguaggio orale ed è quindi prevalentemente paratattica, con frasi semplici e frequenti dialoghi. Il tono e il ritmo del romanzo sono però anche molto ironici; l’autore cerca sempre di farci sorridere, con un tono umoristico mai sguaiato. E’ come se Vitali, (non a caso medico) avesse scritto il libro con un sorriso di comprensione, con una partecipazione umana alle strambe vicende dei suoi compaesani.

 

Il piacere della lettura – Febbraio 2009

 

Piccola rassegna critica su “Olive comprese” di Andrea Vitali

 

Andrea Vitali, il medico di Bellano (riva orientale del lago di Como), libro dopo libro è arrivato a conquistarsi il suo posto nel mondo (letterario).
E certo non immeritatamente, perché i romanzi di Vitali hanno la sveltezza franca e l’aguzza malizia del “moralista” che nella specola piccola del suo lago sa pescare con lenze flessibili e ami arguti storie e personaggi, segreti e manie, macchiette e figurine. Una capacità di ritagliarsi – nel genere del romanzo di costume, magari mescolando con altre misture – un teatrino di umoristica vivacità, che la scelta dei tempi d’entrata e la fissità dei caratteri modulano in un’assortita gamma di esiti, dal sorriso (anche amarognolo) alla franca risata, come succede nel mondo maturo di un narratore d’altre sponde lacustri (dal Cusio al Maggiore) come Piero Chiara, del resto da molti critici puntualmente evocato.

Qui il proscenio è quello dell’Italia fascista (tra la guerra di Spagna e la conquista dell’impero che riappare sui colli di Roma), con tutta l’umana fauna dei pavidi e dei prepotenti, dei fatui e dei grotteschi, dei “vitelloni” e dei perbenisti, dei profittatori e dei poveri cristi che s’annidano in una provincia torpida, di noia colloidale, di letargica e larvale consistenza. Un paese (proprio quello di Bellano) che va al di là del suo toponimo e che aspira a essere un paese-mondo, capace di strapparsi al suo cordone ombelicale.
  Un catalogo che s’incrocia con i toponimi di un orizzonte breve e circoscritto, non disgiunto da una certa malinconia. Da Morcate a Varenna, da Perledo a Dervio, da Cernobbio a Menaggio, i nomi di un mondo che sta tutto in un giro di battello, ma è che capace di costituire un palcoscenico di prigioni e di sogni.
 Vitali sa orchestrare il suo mondo con sottile equilibrio di fughe e riprese in capitoli che possono andare da qualche pagina a qualche riga, aprendosi e chiudendosi con calibrata spezzatura, addentellandosi in una storia che prende dal ritmo – più ancora che dalla trama – la ragione del suo esistere. Un linguaggio affabile e piano che si modula in un parlato e dialogato frequente, non disdegnando i passaggi schietti e bassi della volgarità più vigilata. Nella sua probità narrativa, capace di restituire il suono di una voce educata, Olive comprese ha l’innegabile merito di farsi leggere con gusto.
  Giovanni Tesio

 

Sono piuttosto perplesso perché la prosa di Vitali è ottima. Tuttavia la narrazione non avvince, il libro non decolla mai, la vicenda non appassiona e mai potrebbe appassionare. Si parla per decine di pagine della morte di un piccione. Si ordiscono trame attorno al nulla. Non sorge nel lettore alcuna partecipazione, alcun coinvolgimento per la sorte dei personaggi, si prosegue su binari di noia e inconcludenza.

 

Spettacolare! E MAI noioso! Ho preso in mano il libro in libreria perché mi incuriosiva il titolo, e non vedevo l’ora di capire da dove arrivasse, ed è stato a dir poco esilarante! Bellissimo l’intreccio delle storie, lo stile del Vitali, che confesso non avevo mai letto, e la capacità di tenerti incollato al libro fino a che anche l’ultima pagina dell’epilogo non è stata divorata. Vitali ha la capacità di chiudere i capitoli in modo che non si possa fare a meno di iniziare quello successivo. E se nelle pagine successive non si “conclude” la porzione di storia precedentemente iniziata, sei ancora più motivato ad andare avanti per sapere come si chiudono i tanti cerchi che pagina dopo pagina si aprono, ti incuriosiscono, ti rendono compaesano dei Bellanesi! Fantastico! Lo consiglio a tutti, davvero un bel romanzo!

 


Ma era poi davvero così allegra, guascona, spensierata, talvolta boccaccesca la vita nell’Italia del Benito che pensava all’impero e dei volontari che andavano a combattere in Spagna? Sicuramente no ma a leggere per come la dipinge Andrea Vitali, medico condotto in prestito ormai permanente alla narrativa romanzata, viene davvero voglia di immergersi nelle acque del Lago di Como, salire su un battello e lasciarsi trasportare fino al mitico paese di Bellano. L’ho comprato per caso su incoraggiamento di una diligente libraia e devo dire che mi sono più che divertita. Anche se le situazioni e i personaggi sono perfettamente incastonati nella storia di un piccolo paese tanto da risultare prevedibili, ho trovato addirittura esilarante la narrazione, leggera e soave. Si certo, è un libro da consigliare quando la testa ha bisogno di uno scacciapensieri. Ho provato a ripetere l’esperienza con un altro libro di Vitali ma…la magia non si è ripetuta. Pazienza. Con questo libro mi sono divertita.

 

Leggendo qualcosa su chi è Andrea Vitali, dove abita, quali sono gli ambienti ed i personaggi dei suoi romanzi non può non venire in mente Piero Chiara: orbene, il libro si fa leggere, è scorrevole, intrigante, i personaggi molto promettenti. Però, però l’impressione è che, come dicono le professoresse a scuola, potrebbero fare di più: ci sono tutti gli elementi per cucire una trama con più intensità, di molti (tutti ?) si vorrebbe e dovrebbe sapere di più e invece che fine fanno, spariscono senza raccontarti tutto quello che hanno dire. Insomma sembra un libro che è ancora bozza e dal quale, lavorandoci ancora un po’, sviluppando certi fatti e figure, può sbocciare un romanzo di quelli che si ricordano: al momento lo definirei non memorabile, anche se ne consiglio la lettura. Una promessa che deve (si vede che Andrea Vitali è bravo) dare di più.

PS Dopo averlo letto, però andate a leggervi, o rileggervi, Piero Chiara.

 

Sulla copertina del libro c’è un breve commento di Camilleri:”davanti a uno che sa narrare,ti senti grato”. Forte di questa premessa, ho acquistato il libro…potevo assolutamente evitare!!! una miriade di personaggi che orbitano intorno al nulla di una storia che non esiste. I piccioni avvelenati, la mano nera, la Sofistrà…tutti spunti narrativi non completati. Sono arrivata fino alla fine solo per vedere se ci sarebbe stata una svolta, ma niente. Se proprio bisogna trovare un lato positivo in questo romanzo, ho apprezzato come, tecnicamente, il Vitali intreccia le “non” storie tra di loro. Rimane comunque un libro vuoto.

AVVISO AI NAVIGANTI

Vi informo che il prossimo incontro del gruppo di lettura si terrà MARTEDI’ 10 Febbraio alle ore 21, e non, come da calendario, mercoledì 11. Ci vediamo allora martedì 10 a Palazzo Trivulzio. Buona lettura!

Ci prendiamo una pausa dalla follia

 

 

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Ringraziamo subito i tanti partecipanti all’incontro del 14 gennaio, in quanto, nonostante il freddo ed il gelo, hanno comunque deciso di intervenire numerosi al Gruppo di Lettura. Altra serata piacevole (credo), nella quale abbiamo approfondito con interessanti riflessioni le tematiche del libro “Le ore” di Peter Cunningham, romanzo di cui abbiamo visto la trasposizione cinematografica.

Alcune lettrici (bravissime!) avevano anche già letto l’altro testo collegato a questo percorso, cioè “La signora Dalloway” di Virginia Woolf. La visione del film ci ha però impedito di discutere  e confrontarci sul romanzo della Woolf, per cui abbiamo rimandato la discussione al prossimo incontro.

Quindi il prossimo mercoledì, 11 febbraio alle ore 21, ci vediamo per commentare “La signora Dalloway”, ma mi è stato fatto notare che i romanzi scelti quest’anno affrontano sempre tematiche “importanti”, (follia, depressione, suicidi, amori infelici…), insomma, che sarebbe il caso di “alleggerire” un po’ il percorso di lettura con un testo più accessibile e divertente. Dunque si è deciso anche di leggere “Olive comprese”, romanzo di Andrea Vitali, per conoscere questo autore che risulta essere uno dei più letti ed apprezzati del momento.

 

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Il piacere della lettura – “Le ore” di Peter Cunningham

Ho pensato per questa volta di presentarvi alcuni giudizi critici sul romanzo, in cui alterniamo critici letterari a lettori “normali”.

Erano anni che non leggevo un romanzo così bello, così profondo, provvisto di tale qualità letteraria. E’ un romanzo che va letto parola per parola. Il lettore rimarrà stupito dalla straordinaria capacità dell’autore di penetrare nell’animo umano (quello femminile, in particolar modo); sarà incantato dallo stile e avvinto dalla trama. Cunningham costruisce tutto attorno alla figura di tre donne in tre epoche diverse del nostro secolo. La prima è Virginia Woolf (l’anno è il 1941, quello del suo suicidio); la seconda è Laura Brown, una casalinga californiana scontenta e depressa, moglie di un marito che non ama fino in fondo e madre di un bambino, Richard (gli anni sono i sessanta e Laura è presa da un romanzo di Virginia Woolf, La signora Dalloway, che legge incessantemente); la terza è Clarissa Vaughan (come Clarissa Dalloway: lei è un editor newyorchese, vive con una donna, Sally, da molti anni, l’epoca è i nostri giorni).
Finale imprevedibile. Tutto potrebbe essere liquidato in un nulla. Invece no. Per esempio, la trama. Clarissa Vaughan sta per dare una festa in onore di un suo amico omosessuale, Richard, un malato di Aids che ha appena vinto un premio letterario. Così non vuol dir niente. Laura Brown prepara una torta per il compleanno del marito; vede un’amica, Kitty, che ama in segreto, e fugge in albergo a leggere La signora Dalloway. Virginia è sull’orlo del suicidio. A Richmond – dove vive con Leonard Woolf: l’uomo che stima e non ama – viene sua sorella Vanessa, con i bambini. E’ poco. La trama del romanzo, nell’identificazione delle tre donne, delle tre epoche, delle tre incapacità di afferrare la vita, ha il procedere d’un romanzo d’azione (insieme a un finale geniale e imprevedibile). La sua bellezza va al di là.”
Giorgio Montefoschi, Io Donna, supplemento del Corriere della Sera

“… un romanzo, creativamente originale, dalla scrittura sottile – simile ad un ricamo – che descrive le sensazioni impercettibili dell’esistenza, i misteri che si nascondono dietro il paravento della realtà.”
Giampaolo Martelli, il Giornale

 

” Monologhi interiori, odori, sensazioni, giochi di luce. Una meraviglia raffinata e toccante.” Sandra Petrignani, Panorama 

 

“Uno sguardo delicato e trionfante.”
Michael Wood, The New York Times Book Review

“Una prosa brillante, woolfiana, condotta con grandissima capacità di osservazione. Difficile trovare solo una nota stonata.”
Kirkus Reviews

“Datevi malati, staccate il telefono e pregate che Hollywood riesca a fare il film che il romanzo meriterebbe.”
Charles Gandee, Vogue

“Se questo romanzo non vi fa saltare sulla poltrona, e non vi fa pensare alla vita e alla letteratura in maniera differente, accertatevi di essere ancora vivi.”
Anne Pritchard, USA Today

 

Consiglio a tutti il libro, scritto divinamente, con un stile che sa scavare a fondo nei personaggi e rendere ricco di implicazioni e importanza anche il fatto più quotidiano, come andare a comprare dei fiori o fare una torta. francy

 

E’ un libro molto bello, molto profondo, soltanto qualche volta difficile da seguire. Pur partendo dalla quotidianita’ della vita delle protagoniste, l’autore finisce con lo scavare nell’intimo di ciascuna di loro per tirare fuori i pensieri piu’ nascosti. Mostra come tutte le nostre azioni, anche le piu’ semplici e banali, apparentemente casuali, siano in realta’ guidate da emozioni profonde e spesso sconosciute fino a quel momento. Mostra l’altissimo prezzo di tutte le scelte che si fanno nella vita. Magistrale l’intreccio tra la vita di Laura e Clarissa. Viola

 

Considero questo libro una sorta di paradigma della scrittura perfetta (e fruibilissima, oltre che profonda e intelligentissima), da ogni punto di vista. Ma vorrei attirare l’attenzione su un “motivo”, affrontando il quale Cunningham è stato davvero eccelso, qui più che altrove: la rappresentazione della follia. Quello che colpisce, nella maturità psicologia che traspare da ogni riga di questo romanzo, è la definizione che ne da Laura, mentre sembra (non) riuscire a morire: solo Freud e Heidegger, contribuendo alla chiarificazione dell’esperienza del “perturbante” (Unhaimlich), hanno colto la profonda inquietudine dell’angoscia quotidiana che si trasfigura in immagini terrifiche. Non qualcosa di eclatante – la follia come irruzione del violentemente altro… – ma la visione nitida della propria assurdità. L’esperienza sconcertante dell’estraneità e della “perdita dell’evidenza naturale” (Blankenburg). Le allucinazioni del poeta visionario, della stessa Woolf – che “realmente” sentiva gli uccelli cantare in greco – sono rappresentate con vivida partecipazione e rara sensibilità fenomenologica: il confine tra reale e immaginario (creativo e “patologico”) è colto nelle sue attraenti ambivalenze oniriche e spettrali. Trovo poi che il rapporto tra Clarissa e Richard sia estremamente coinvolgente, per il lettore. Il ricordo di un amore mancato, solo sfiorato: qualcosa di cui non riusciamo a liberarsi, pur sapendo che non possiamo permanervi oltre. Qualcosa che è passato, pur continuando per sempre a brillare. Cesare Legramanti


Noioso, lento, rasenta l’impossibilità di leggerlo. E’ infinita anche una sola ora sprecata a leggere questo romanzo. Ilaus

 

Coinvolgente come pochi altri libri. Intenso, ricco di rimandi e citazioni. Forse l’unico modo per capirlo sarebbe leggere l’opera della Woolf a cui l’autore rende un omaggio accorato ed esaltante. TomYork

 

E’ difficile dire qualcosa di questo libro. I commenti che mi precedono sono esemplificativi da un lato della non facilità della lettura e dello stile in alcuni punti esageratamente “ridondante”, soprattutto nella plurima aggettivazione, dall’altro lato però c’è una storia dove i vari frammenti che sembrano disparati o solo sottilmente collegati finiscono per unirsi, dando vita ad uno struggente ed indimenticabile romanzo che resterà a lungo impresso nella mia mente. Un consiglio: se le prime pagine vi sembrano dure non arrendetevi. Giulio

 

Sono di quelli che ha visto prima il film e ha poi comprato il libro: aspettative dunque altissime. Prima sorpresa: il libro è breve, c’è da chiedersi come possa comunicare l’immenso mondo di emozioni che il film ha suscitato in me. E in effetti la narrazione è un pò più avara rispetto a quella splendida recitazione. Alce

 

Non mi è piaciuto granché…È monotono e noioso… Antonella

 

Non è come me l’aspettavo: è molto noioso. Descrive egregiamente l’insoddisfazione dei protagonisti. Luigi Azzarone

Con lo scorrere delle pagine il libro diventa come la vita di Laura Brown: ordinario…per non dire noioso. Credo che, in alcune parti, le sensazioni dei protagonisti siano paragonabili alle insoddisfazioni dei protagonisti di harmony. e poi, quante metafore incomprensibili…quanti aggettivi superflui(pag. 111: “l’ingresso è soffocato, gelido. un campanello lontano suona, distinto e misurato. laura è allo stesso tempo sollevata e innervosita” ?!?). alla lunga lo stile letterario diventa soffocante e gelido, nel senso di poco coinvolgente! mi aspettavo di meglio, pazienza. enrico

 

La sensazione che ho provato nel leggerlo è stata strana: guardare fuori da una finestra mentre piove, osservare un pomeriggio tipicamente da “campagna inglese” anche nella montagna lombarda. E’ stato qualcosa di piacevole; anzi a volte è stato un riconoscimento femminile. Cunningham scrive con una delicatezza sorprendente. Tutto è lieve, soffice, ovattato. Ho provato una grande tenerezza verso Virginia Woolf e il suo viaggio inesorabile verso un destino annunciato. Lo scrittore descrive la sofferenza della scrittrice, il suo male di vivere e lo fa con rispetto e con molta precisione . Parla della difficoltà di Virginia nella creazione di “S Dalloway”, quanto questo libro sia stato partorito nel malessere della “pazzia” con sempre più rari episodi di serenità. Laura Brown: donna perfetta dal punto di vista della società, ma molto imperfetta per quanto riguarda il suo vivere questo ruolo. Questa donna è l’insoddisfazione femminile per antonomasia, una brava attrice che giorno dopo giorno recita un ruolo sempre più faticoso ma che agli occhi del mondo sembra perfetto. I capitoli dedicati a Laura Brown sono stati in assoluto i più angoscianti letti dalla sottoscritta da parecchio tempo a questa parte. Cunningham con pignoleria, ha descritto l’inadeguatezza della donna in seno alla famiglia; senso di colpa, voglia di fuga, bisogno di solitudine. Infine Clarissa Vaughan: la donna di mezza età dei nostri giorni, moderna, spigliata, innamorata di una donna e in passato innamorata di Richard, l’amico gay che sta morendo di AIDS. Sembra un bel casino e lo è, ma anche qui c’è di mezzo l’amore o meglio i legami che esso porta, a volte accettati con fatica come nel caso di Laura, o mantenuti su un filo invisibile come con Virginia, oppure accettati e analizzati. Questo non è un libro facile, è bellissimo, struggente, ma per nulla semplice. E’ lieve come una carezza e nello stesso tempo forte e diretto, proprio per il contenuto così profondo. Greta

 

Qualche riflessione su i rapporti tra “La signora Dalloway” e “Le ore”

Quel tempo soggettivo, emotivo, che si dilata e si contrae nell’anima dei suoi personaggi, così come nella nostra: il tempo dell’attesa, della riflessione, dell’inquietudine, della gioia, del dolore e della disperazione. E’ il tempo che, nella precisa scelta tecnica di Virginia Woolf, doveva contenere nell’arco di una giornata l’intera vita del suo personaggio: Clarissa, quella Signora Dalloway protagonista di uno dei suoi libri più belli. Dietro i gesti alto-borghesi, apparentemente banali e frivoli di Clarissa, che deve organizzare una festa ed inizia la sua giornata fra la figlia e la scelta dei fiori, camminando per quella Londra così amata dalla Woolf, doveva esserci, secondo la scrittrice, un modo “personale” di ritrovare il tempo e donare spessore anche al semplice gesto quotidiano, uno spessore che appunto trascendesse l’attimo, rincorresse le ore passate e quelle a venire, in una ricerca anche di tecnica scrittoria che consentisse al romanzo di renderle al lettore. Nel trattare il suo personaggio, talvolta tirannicamente, Virginia inizierà così a scavare quelle che chiama gallerie, anfratti talvolta solatii, più spesso muscosi e tinti di nostalgia, dai quali emerge il passato di Clarissa e il suo modo di percepire, nella propria vita, gli altri esseri umani che si intrecceranno nelle ore della giornata.
Nel suo libro, Cunningham parte da qui, inventandosi una sua personale Clarissa Vaughan newyorchese, indaffarata a preparare i festeggiamenti per il premio prestigioso ricevuto da un caro amico poeta, Richard, al quale la lega un rapporto profondo, ma non privo di ambiguità, anche sentimentali ed erotiche. E a partire dalla disperata volontà di Clarissa di opporsi alla morte di Richard, ammalato di AIDS, nche attraverso le miopi vanità del mondo, Cunningham cerca un ulteriore modo nel quale le ore possano rincorrere e vincere il tempo: intreccerà così tre piani temporali, ciascuno simboleggiato dalla giornata di tre donne – la signora Dalloway, la signora Brown e la signora Woolf – giornate a loro modo sfaccettate o immobili, legate fra loro da un destino di ricerca e di insoddisfazione esistenziale. E forse di solitudine.
Sicuramente di morte: non a caso il libro si apre con l’asciutto, straziante racconto del suicidio di Virginia, le tasche piene di pietre, terrorizzata dalla guerra, terrorizzata dalla propria malattia, terrorizzata dalla possibilità di non essere nulla, non una scrittrice ma “solo una stravagante dotata”. E’ il 1941: Virginia esce da Monk House a Richmond per trovare “pace contro uno dei piloni del ponte a Southease.”
L’ombra dell’autodistruzione sfiora anche la signora Brown, in quegli Anni Cinquanta che videro in un’America all’apparenza ordinata (ordinaria?) e perfetta, il massimo uso di psicofarmaci come cullanti e rassicuranti madri di un popolo in apparenza felice e perfetto, nella sua falsità. Madre e sposa intrappolata nella asfittica dimensione del suo ruolo, Laura Brown, lettrice della Signora Dalloway, sceglie dapprima di annientare se stessa, e poi di cercare salvezza nella fuga, accollandosi il più grande rimorso possibile per una madre – quello di abbandonare i figli.
Il dipanarsi della storia ci farà scoprire che uno di quei figli è proprio il malato Richard.
Ma ci deve sempre essere una vittima, un agnello espiatorio, per dare dimensione alla vita, riflette Virginia con la sorella Vanessa, alla quale parla del suo nuovo romanzo, che avrebbe dovuto chiamarsi Le ore, dopo aver celebrato coi nipoti il funerale di un tordo morto trovato in giardino. Ma non è Clarissa la sposa della morte.
Nel libro di Virginia, la vittima sarà l’ex soldato Septimus Warren Smith, che s’incammina verso la follia sino a suicidarsi poco prima della festa di Clarissa.
Nel libro di Cunningham, il suo posto di vittima sacrificale sarà preso da Richard, che a una morte ineluttabile, ma lenta e indecente preferirà il suicidio, di fronte allo sguardo raggelato e disperato di una Clarissa sin qui apparentemente anodina, che forse finalmente capisce e accetta i prodromi del dolore che da ore bussano inutilmente alla porta della sua anima.
. Ora, ripensandoci, forse quando Virginia, che probabilmente subì in età adolescenziale molestie da parte del fratellastro maggiore, ed era gravemente ammalata di sindrome bipolare, parla con la sorella di vittima sacrificale, almeno nell’intento dello scrittore, si riferiva in realtà a se stessa. Ma non lo sapremo mai. La sua limpida, consapevole voce, la voce di chi è abituato a combattere coi draghi ogni giorno, non resse alla malattia e il 28 marzo 1941 si spense per sempre.

 

 

 

Vi chiedo di pubblicizzare presso il gruppo di lettura l’incontro con l’autore che si terrà venerdì 23 gennaio alle ore 20,45 a Palazzo Trivulzio

. L’autore è:

Andrea Pellizzari autore del libro

“Chat-ti-amo” ed. Mondadori.

L’incontro è all’interno dell’iniziativa “Viaggio alla scoperta delle nuove tecnologie”. Ci sono altri 2 incontri:
15 gennaio ore 20,45 c/o CPG di via Erba, 5 – Melzo
Era tecnologica e giovani: come cambia l’uomo in rete

29 gennaio ore 20,45 c/o Liceo G. Bruno via Svezia, 4
Nella rete: uso e abuso dei nuovi sistemi virtuali

I 2 incontri saranno tenuti dallo Psicologo Dr. Claudio Boienti

 

 

Dal romanzo al film

Dopo un’altra piacevole serata, quella di mercoledì 3 dicembre, serata di letture, commenti critici, e di degustazione (torta al cioccolato e croccante), vi diamo l’appuntamento per il 14 gennaio 2009. Il libro che abbiamo scelto è “Le ore” di Michael Cunningham, ottimo libro da cui è stato tratto uno splendido film, “The Hours  di Stephen Daldry.

 

le-ore

 

L’idea è quella di leggere il libro, e di trovarci mercoledì 14 gennaio 2009, (attenzione: mezz’ora prima, alle ore 20:30) per discuterne ed approfondirne le tematiche e per vedere il film “The Hours”. Se poi qualche lettore o lettrice avesse altro tempo a disposizione, potrebbe leggere il romanzo che ha dato origine a questo percorso di lettura: “La signora Dalloway” di Virginia Woolf.