Piazza del Diamante

Il Piacere della lettura- Ottobre 2009

Al termine della lettura, un po’deludente, del romanzo di Mercè Rodoreda, non ho potuto fare a meno di chiedermi perché lo avessi consigliato con tanto calore. Era accaduto che avevo ascoltato (a Radio Tre) e avevo letto recensioni veramente entusiastiche, e soprattutto da persone / critici che stimavo per la loro competenza. Vi propongo due recensioni del testo.

“La piazza del Diamante”, capolavoro della scrittrice catalana Mercè Rodoreda

Appena ho chiuso “La piazza del Diamante” di Mercé Rodoreda, ho semplicemente pensato: ho letto un capolavoro. E mi è venuta subito voglia di andare in libreria, comprarne dieci copie e regalarle alle persone più care, e già cercavo le parole per questa recensione, per provare a convincere quanta più gente possibile a leggere un libro come ne capitano pochi nella vita. Troppo entusiasmo. lo slancio di un minuto per un romanzo in fondo già tradotto e pubblicato In Italia altre volte nei decenni passati senza particolari riscontri, dirà qualche espertone.
Ma ogni libro arriva quando deve arrivare: La piazza del Diamante fu scritto nel 1960 da un’autrice catalana famosa in tutta la Spagna ma non da noi, e adesso è il suo momento. D’altronde anche Gabriel García Márquez, citato in copertina, sentenziò “La Piazza del Diamante è a mio parere il romanzo più bello che sia stato pubblicato in Spagna dopo la guerra civile”. La storia è avvincente e i personaggi sono indimenticabili, ma non è per questo che il romanzo si infila come un ago o un fiore nella mente: c’è molto di più, c’è la trasparenza dl una scrittura che permette dl vedere oltre l’opacità delle cose fino al centro segreto della vita, ed è una scrittura che nasce da una sapienza superiore. Chi ha capito di più. scrive meglio. Chi sa, sa raccontare, perché ogni divagazione. ogni personaggio secondario, ogni piccola descrizione stringono attorno al battito del tempo, si posano sul flusso invisibile dei giorni e magicamente rendono evidente la sua forza costruttiva e distruttiva.
Natalia è una giovane e bella pasticcera dl Barcellona, e di lei si innamora perdutamente Quimet. un ebanista prepotente, un uomo pieno di difetti e di ossessioni. Si sposano e vanno a vivere in una casa mezza diroccata dove Colombetta, cosi Quimet chiamerà sempre sua moglie, partorisce due bambini e impara la sofferenza e la follia dell’esistenza. È lei la narratrice, e il suo tono è lieve, preciso, poetico, ogni evento acquista nelle sue parole un che di simbolico, come se tutto avesse un senso evidente e uno nascosto. L’allevamento di colombi che Quimet le piazza in casa, una follia di uova, mangime, scagazzate, pigolii, frullii d’ali fa pensare all’invasione del caos, alla pianificazione dell’assurdo, alla confusione della guerra. E la guerra, quella vera, arriva senza bussare. Franchisti e repubblicani iniziano a scannarsi, e tutto precipita come un macigno. Colombetta non sa giudicare, non ha una coscienza politica, sa solo che suo marito ha preso un fucile ed è partito e che ora bisogna lottare per 1a sopravvivenza. Le pagine in cui è costretta a consegnare a una colonia repubblicana il figlio maggiore, perché non ha più nulla da dargli da mangiare, sono un apice di strazio e commozione, in qualche modo ricordano certi episodi de “La Storia” di Elsa Morante. Ma il peggio e il meglio devono ancora arrivare: il marito muore in Aragona, aumentano la fame e la desolazione, la paura dl non riuscire ad arrivare fino a sera. Quando la guerra finisce, Colombetta è una donna perduta, la moglie di un rosso, un’impestata da evitare. Ma in questa donna c’è tutta intera la forza istintiva e struggente della vita, e lei saprà ricominciare. Un droghiere gentile, tragicamente mutilato tra le gambe, la prenderà in sposa e si occuperà dei suoi figli, li farà studiare, sposare, procedere. Ma, ripeto, tutto è nello sguardo e nei pensieri di Colombetta, una donna come tante che però sa leggere il mondo e imparare giorno dopo giorno di che sostanza è fatta la vita: di tempo che passa tra rose e rovine, spietatamente, di tempo che devasta e che a volte, se lo accogliamo senza rancore, ci rende assurdamente felici.

Goffredo Fofi  – L’ingiustizia della storia

La plaça del Diamant sta al centro del quartiere Gràcia, di Barcellona. Molti destini vi si incrociano. Oggi è un luogo come tanti, indefinito: ieri era popolare, popoloso, vitale. Mercè Rodoreda le ha dedicato il suo romanzo più noto, bellissimo, che con limpida voce in prima persona ripercorre il destino di Natàlia, una pasticciera barcellonese umile e bella che sposa un rozzo ebanista con cui ha due figli e che muore nella guerra civile, da repubblicano.
Nei durissimi anni del dopoguerra la donna è alle prese con la fame, la disperazione. Tuttavia sopravvive, e sposa un droghiere ferito in guerra nella virilità, che sa come allevare i suoi figli, sa proteggerla e ridarle la voglia di vivere.
La storia è semplice, dura come quelle di quegli anni. L’autrice, schierata con i repubblicani, dopo la vittoria di Franco visse in esilio in Francia fino al 1972 (è morta nel 1983). La piazza del Diamante è uno dei più grandi romanzi della letteratura spagnola del novecento, forse il migliore scritto da una donna. È un grande libro di scrittura nitida e altissima nella sua essenzialità e semplicità, una prosapoesia di fatti sentimenti sofferenze, riflessione sull’eterna ingiustizia della storia. Fu pubblicato da Mondadori negli anni ottanta, ma se ne accorsero in pochi. Un errore da non ripetere

Al di là di alcuni passi del romanzo veramente pregevoli, il mio giudizio invece è abbastanza critico; relativamente al contenuto, sono rimasto deluso per la mancata evoluzione psicologica della protagonista, sia esistenziale che politica (le vicende della Guerra Civile spagnola sono quasi incomprensibili, per un lettore che non sia già informato). Anche la forma, la scrittura, lo stile mi hanno lasciato interdetto: lessico e costruzione dei periodi tutto sommato ordinari, nessuna sperimentazione o innovazione; il narratore è sì in prima persona, ma il flusso di coscienza dei suoi pensieri/sentimenti non mi sembra particolarmente riuscito. Possibile che mi sia sbagliato in modo così clamoroso? Oppure devo pensare che non solo dobbiamo guardarci dall’industria culturale, dall’ipocrisia delle recensioni “false”, ma dobbiamo diffidare anche dai giudizi critici dei recensori di professione. Non ci rimane altro che il tam-tam dei lettori