Ho trovato in rete alcune interessanti recensioni del romanzo “L’Urlo ed il furore” di William Faulkner. Vi propongo un sunto delle più significative
Per me è stato come un puzzle. All’inizio molti passaggi sono difficili, la struttura è molto complessa, forse addirittura fastidiosa, rischi di smarrirti e ti vien quasi voglia di mollare. Ma poi le tessere vanno al posto giusto e il quadro si delinea nella tua mente e finalmente apprezzi la lettura di questo capolavoro. Tra i monologhi di Benjy Quentin e Jason, sicuramente il secondo è stato quello in cui ho fatto più fatica, a motivo forse del più complesso profilo psicologico del personaggio e del dramma da lui vissuto. In definitiva un libro da leggere sicuramente, di un grande autore del panorama letterario americano tra le due guerre.
Considerato da molti il vero capolavoro di Faulkner ed il migliore da lui stesso, che amò definirlo “il mio splendido fallimento”, L’urlo e il furore è diviso in quattro parti, ha quattro voci narranti e si svolge in quattro diversi momenti narrativi. La stessa storia è raccontata quattro volte, come in altri romanzi dell’autore. Il titolo prende ispirazione da un verso di Macbeth: (life) “It is a tale Told by an idiot, full of sound and fury Signifying nothing.” La prima parte è narrata proprio da un idiota, il trentatreenne Benjy Compson, a data 1928. Moltissime le critiche e le opinioni divergenti per un’opera che è indubbiamente complessa e fornisce, proprio per questo, numerosi spunti diversi. Dalla visione distruttiva della famiglia al ruolo simbolico di Benjy l’idiota, che non ha il senso del tempo, né coscienza, ma si eleva ad unico personaggio senziente. Ogni personaggio è ossessionato dal passato e rivede la propria vita attraverso flashback, in una sorta di impari lotta contro il tempo. Sono antieroi disperati, oscuri e dannati sull’orlo dell’abisso e le loro vicende provocano spesso, nella testa di chi legge, uno smarrimento che si desta soltanto per la drammaticità di quanto accade.
Toccante e geniale, difficile da amare e da dimenticare, L’urlo e il furore è sicuramente uno dei romanzi più grandi del novecento. E’ un’impresa ardua entrare in casa Compson, un mondo torbido e labirintico che soprattutto all’inizio risulta davvero impenetrabile. Eppure, le oscure vicende dei suoi protagonisti renderanno impossibile uscirne.
William Faulkner è uno scrittore che non può essere affrontato a cuor leggero. In questo romanzo, in particolare nei primi due capitoli, viene utilizzato lo stile narrativo del “flusso di coscienza”, mutuato da Joyce. Per questo motivo può risultare all’inizio assai difficile la comprensione della trama. Superata questa difficoltà, “L’urlo e il furore” si rivela un’opera assolutamente straordinaria, i cui personaggi acquisiscono un drammatico spessore tragico. Su tutti emerge la figura del povero Ben, il figlio minorato, apparentemente isolato dalla sua insanabile demenza, in realtà testimone, a suo modo sensibile e commovente, del drammatico evolversi delle vicende della famiglia Compson. L’alcolismo del padre, la salute malferma della madre, amori incestuosi, suicidi, miserie e violenze minano alle fondamenta la storia di questa famiglia del profondo Sud americano. Ben e Dilsey, l’anziana domestica di colore, ne sono i testimoni più tragici ed impotenti.
Folgorante il primo capitolo; altissimo il quarto; osticissimi gli altri due. si sente molto lo sforzo che l’autore fa per essere NUOVO. destruttura il linguaggio – che è insistentemente sperimentale, tendendo a tratti verso un barocco tipico faulkneriano. troppo lavoro sulla forma, per i miei gusti, seppur sostenuto da solide basi concettuali, da una Forma-Sostanza forte, da una possanza invidiabile.
La contea di Yoknapatawpha è un territorio inesistente, o meglio, un territorio che esiste, con quel nome, solo nella geografia personale di uno scrittore. Yoknapatawpha (che suona come un nome indiano e si pronuncia “ioknapatofa”) è una contea del Sud degli Stati Uniti, quella dove è nato e a lungo vissuto William Faulkner, grande scrittore, premio Nobel (nel 1950), gentiluomo eccentrico, personalità arrogante, celebre bevitore, rampollo di una aristocratica famiglia meridionale che ha nutrito dei suoi ricordi, problemi, tragedie, ossessioni, tradizioni buona parte dei romanzi del Nostro.
Yoknapatawpha County, dunque. Nella realtà si chiama Lafayette County. Ed è la terra dei Faulkner. La terra del bisnonno di William, il colonnello Falkner (il nipote aggiungerà la “u” al cognome), che era avvocato, scrittore di successo, uomo politico, soldato, industriale (costruì in Tennessee una linea ferroviaria che fece la fortuna della famiglia), e litigioso: non solo finì coinvolto in una serie di processi per omicidio in cui se le cavò benissimo, ma finì lui stesso abbattuto dal suo ex socio, pazzo di gelosia, mentre era candidato all’assemblea legislativa del Mississippi (volete sapere come andò a finire? Il socio venne assolto. Siamo nel profondo Sud, quasi nel West).
Perché si parla tanto del bisnonno? Perché il colonnello Faulkner, sotto il nome di Sartoris, tornerà di prepotenza nei libri del suo bisnipote, assieme alle storie del vecchio Sud “antebellum”, quello di prima della guerra di Secessione. Perché i libri di William Faulkner si nutrono di questi personaggi, di questi sfondi, di queste atmosfere, di queste eredità. Sartre diceva che per Faulkner il futuro non esisteva. Mentre esisteva il passato, con tutto il suo peso deformante. La memoria del Sud, la realtà del Sud, il mito del Sud, il tutto concentrato in un mondo speciale, suo, Yoknapawpha, la sua “ostrica”, a cui Faulkner ha dedicato quindici dei suoi diciannove romanzi. Di cui L’urlo e il furore è il quarto, dopo un libro di poesie (The Marble Faun, 1924), dopo il libro del debutto, La paga del soldato, pubblicato nel 1926, dopo Mosquitoes (1927) e Sartoris (1929), in cui, appunto, le memorie della tradizione familiare ritornano appena velate dal cambiamento dei nomi.
Anche se venne pubblicato nel 1929, L’urlo e il furore è uno dei primi romanzi scritti da Faulkner. E gran parte della critica, per non dire a suo tempo Faulkner stesso, ritiene che sia il suo più bello. Anche se non cambiò granché la sua precaria situazione in quel momento. Era un irregolare, il giovane Faulkner, come anche suo padre, che aveva continuato a cambiare lavoro, instabile e inconcludente. Il giovane William – che era nato nel 1987 – aveva dalla sua il talento. Aveva cominciato a scrivere poesie da giovanissimo. Aveva tentato di arruolarsi nell’aeronautica degli Stati Uniti, ma, troppo basso di statura, era stato rifiutato e aveva dovuto rivolgersi ai Flying Corps canadesi – e l’armistizio fu firmato il giorno in cui il suo corso finiva. Festeggiando la pace con qualche bicchiere di troppo (l’inizio di una rispettabile carriera di bevitore) si era ferito a una gamba.
Era ritornato a Oxford, si era iscritto un po’ controvoglia all’università, aveva cominciato a scrivere per riviste e giornali universitari. Aveva lavoricchiato per l’università e mollato presto il lavoro. Quando era uscito, The Marble Faun aveva venduto poco ed era stato maltrattato dalla critica. Aveva cercato di andarsene e si era arenato a New Orleans nella cerchia di Sherwood Anderson. Aveva cominciato, incoraggiato e ispirato da lui, a scrivere romanzi…
Il 1929, è superfluo dirlo e citarne le ragioni, fu un anno horribilis e cruciale. Depressione o non depressione è stato certo cruciale in letteratura. Nel 1929 venne pubblicato Niente di nuovo sul fronte occidentale – che avrebbe venduto in diciotto mesi tre milioni e mezzo di copie e spinto Remarque a dubitare di se stesso perché si sentiva l’autore di un libro solo. E due settimane esatte prima del crollo di Wall Street, il 7 ottobre, uscì The Sound and the Fury, che nello stesso periodo di tempo, nonostante una buona accoglienza critica, vendette solo millesettecentoottantanove copie – e ci vorranno più di dieci anni, fino al 1943, perché la casa editrice di Faulkner, Jonathan Cape and Harrison Smith, riesca a venderne altre mille copie.
Cape e Smith si rifaranno in parte con Sanctuary, pubblicato nel 1931 (seimila copie di venduto, e un successo, in parte dovuto allo “scandalo”, come Faulkner difficilmente raggiungerà fino al Nobel).
In quell’atmosfera è uscito il meraviglioso, complesso, impegnativo capolavoro del modernismo che è L’urlo e il furore: il mio “splendido fallimento” lo definiva Faulkner, “un vero figlio di puttana”, “un libro in cui ho riversato le mie viscere”. Un romanzo sperimentale che, se fosse passato per le mani disciplinanti e disciplinate di un editor, avrebbe trovato probabilmente una forma più normalizzata di quella che ha invece trovato nella fantasia di Faulkner.
Se non le viscere certo Faulkner ci ha riversato molte passioni private. L’urlo e il furore racconta il crollo dell’aristocrazia di provincia, il declino della cultura gentilizia del Sud, la fine di un mondo amato e odiato, e intimamente conosciuto, attraverso la storia della decadenza della famiglia Compson – che assomiglia tanto anche se non letteralmente ai Faulkner. Una grande famiglia del Sud, con i suoi segreti, le sue tare, i suoi peccati, i suoi silenzi. Genitori, figli, servitori, odi, passioni, tenerezze, orrori.
Una tragedia in tre atti e un prologo, raccontata attraverso la voce interiore di tre personaggi, e conclusa da una quarta parte “oggettiva” (che è secondo molti la voce di Dilsey, la vecchia “mammy” nera): i diversi punti di vista si spostano dall’anno (1928) e dai tre giorni in cui la storia si sviluppa fino al passato, secondo una struttura complessa e un flusso di coscienza tanto più avventuroso e sperimentale in quanto il primo episodio del trittico si propone di riprodurre l’andamento dei pensieri di un minorato mentale, un commovente “idiota” di trentatre anni, Benjamin. Mentre, al centro della storia e dei pensieri delle voci narranti (che raccontano con una stupefacente libertà di lingua e di lessico: John Faulkner ricorda che il fratello si lamentava del fatto che la lingua inglese non avesse abbastanza parole che servissero i suoi scopi) il personaggio dominante è Caddy, la sorella bella e libera – troppo, per l’epoca – che abita le fantasie dei suoi fratelli, fino a conseguenze tragiche.
Arrivarono poi Santuario, Luce d’agosto, Assalonne, Assalonne!, Scendi Mosè, Requiem per una monaca. Arrivò anche Hollywood, dove Faulkner venne chiamato per sceneggiare Santuario (che divenne un film di Stephen Roberts con Miriam Hopkins) e a sceneggiare, tra l’altro, Il grande sonno (con Chandler) e Avere e non avere fianco a fianco con Hemingway.
Tra libri e cinema al figlio della grande famiglia decaduta arrivò una relativa ricchezza, che venne investita in una vecchia casa a Oxford, Rowan Oak, il monumento al suo successo. Arrivò, nel 1950, il Nobel. Quanto a L’urlo e il furore divenne nel 1959 un film (modesto) di Martin Ritt, con Joanne Woodward e Yul Brinner, che neanche lentamente poteva riprodurre la ricchezza e la complessità di una prosa che è tra le più belle espressioni della letteratura americana del ventesimo secolo.