Il piacere della lettura – Aprile 2009
Piccola rassegna critica su “Vergogna” di J.M. Coetzee
Continua senza tregua il confronto tra bianchi e neri nel Sudafrica del post-apartheid. La vicenda di David Lurie e di sua figlia Lucy nel romanzo di Coetzee, Vergogna, scava all’interno dello stato di sospensione, dell’ansia, dell’angoscia di sopravvivenza dei bianchi nel paese. David, docente al Politecnico di Cape Town, due divorzi alle spalle e frequentazione abituale di prostitute, ha una breve relazione con una studentessa, Melanie, che subito dopo lo denuncia per molestia sessuale. Costretto ad ammettere la sua colpa di fronte a una commissione disciplinare dell’università, David non riesce tuttavia a esprimere pubblicamente alcuna forma di pentimento, se non l’ammissione di essersi lasciato sedurre dai “diritti del desiderio”. Di fronte a tanta ostentazione di vanità e di indifferenza, i giudici lo costringono a dimettersi dall’università. Questo l’avvio del romanzo.
È inevitabile leggere Vergogna, come del resto tutta la nuova narrativa del Sudafrica, da Un’arma in casa di Nadine Gordimer (Feltrinelli, 1998) al più recente The Rights of Desire (2000) di André Brink (non ancora tradotto in italiano) alla luce del lavoro della Truth and Reconciliation Commission (Trc). Il romanzo di Coetzee sembra muovere proprio dalla difficoltà del processo di riconciliazione, sia per quanto riguarda i rapporti interrazziali, che per i rapporti tra i sessi e quelli tra le generazioni, indicando altrove - in un ritrovato senso di dignità umana e di rispetto per l’altro - la possibilità di ricominciare. L’espiazione della colpa e la successiva “rigenerazione” di David avverranno lontano dalla città, nel corso di una visita alla figlia che vive in una piccola fattoria nella provincia orientale del Capo. Lucy, trentenne e single, “una colona di frontiera della nuova razza”, si guadagna da vivere con una pensione per cani e un banchetto di fiori e verdura al mercato. C’è un uomo che l’aiuta nei campi e con i cani, Petrus, un nero diventato, grazie a un sussidio statale, proprietario del terreno confinante. Il rapporto tra David e sua figlia non è del tutto sereno, mossi come sono da principi e impulsi del tutto diversi, ma David, che ha optato per una forma di esilio volontario da tutto ciò che finora ha contato per lui, si adatta alla nuova precaria esistenza aiutando l’amica di sua figlia Bev Shaw, animalista convinta, nella sua clinica veterinaria, e anche lavorando per Petrus nella costruzione della sua casa.
Il tranquillo ritiro rurale, in cui David programma di scrivere un’opera sul periodo italiano di Byron e la sua storia d’amore con Teresa Guiccioli, sarà drammaticamente spezzato quando tre giovani neri entrano in casa, rubano tutto quello che possono, cospargono David di benzina dandogli fuoco, stuprano Lucy, tagliano i fili del telefono e ammazzano tutti i cani. David sopravvive e intende denunciare il fatto ma Lucy glielo impedisce. Sospettando la connivenza di Petrus, David ritiene che la figlia non possa sentirsi in alcun modo al sicuro in quel luogo isolato e la incita a lasciare la fattoria, ma Lucy è ottusamente irremovibile. Vuole mantenere la sua terra e preferisce vedere nella violenza subita il prezzo da pagare, l’inevitabile riparazione nei confronti dei neri per la lunga storia di torti subiti. Dopo una breve visita a Cape Town, dove sente di non avere più una sua collocazione, David torna dalla figlia aspettando con lei la nascita del figlio della violenza e continuando il lavoro alla clinica degli animali. Ha imparato dalla goffa Bev Shaw ad aiutare i cani a morire senza sofferenza, con il conforto di un gesto d’amore. Ora è lui l’uomo dei cani. Quanto a Petrus, in qualche modo il nuovo soggetto sociale del post-apartheid, Coetzee sembra andare vicino questa volta a dargli una voce, ma non al punto da raccontarne la storia: questa resta un mistero, un buco nero al centro della narrazione. L’inglese - ”una lingua stanca, friabile, rosa all’interno dalle termiti” - non è il mezzo adatto a raccontarla, bisognerà farlo in tempi diversi, in una lingua diversa.
A questo romanzo, forse il più immediatamente accessibile di Coetzee, perché così strettamente legato alla situazione attuale del Sudafrica, è stato assegnato il Booker Prize, premio che già Coetzee aveva vinto nel 1983 per Vita e morte di Michael K. La tenuta narrativa di Vergogna è straordinaria, il racconto è incalzante dalla prima all’ultima pagina. La prosa scarna
e asciutta, che sembra limitarsi a registrare i fatti dall’esterno, senza emozioni e senza giudizi, disegna con agghiacciante precisione le tensioni irrisolte tra bianchi e neri e il pericolo costante di una situazione che, al di là di ogni possibile ottimismo riconciliatorio, viene vista come minacciosa in particolare dai bianchi. L’unica riparazione possibile sembra essere la redistribuzione di tutto ciò che è in possesso dei bianchi, un pezzo di terra, un’automobile, un paio di scarpe; anche le donne diventano una possibile merce di scambio. Eppure questo romanzo non è il grido d’allarme di un bianco per la perdita dei suoi privilegi, né la richiesta di solidarietà con un bianco per la sua disgrazia (Disgrace è il titolo originale del romanzo, un titolo più sottile e complesso di quello italiano). Arrogante, compiaciuto, “né cattivo né buono; né freddo né appassionato”, David Lurie non è il portavoce dell’autore e non raccoglie, se non negli ultimi capitoli, le simpatie e il rispetto del lettore. Il viaggio di David - dalla città alla campagna - da una condizione di chiuso egoismo e di incomprensione della realtà a una visione più lucida, diventa un percorso di illuminazione e di riparazione insieme. La sua esperienza di vita, la sua “disgrazia” si trasforma via via nella ricerca forse inconsapevole di qualcosa per cui valga la pena vivere, al di là della bellezza e della poesia, qualcosa che abbia al centro la sofferenza degli uomini e degli animali. È questo che alla fine riscatta David, lui che non ha capito Melanie, che non capisce quello che gli chiede la commissione d’inchiesta, che non riesce a entrare nelle ragioni di sua figlia e condividere il suo bisogno di legarsi alla terra e al figlio che nascerà, che non riesce a coinvolgersi nemmeno dalla propria disgrazia.
recensione di Prasannarajan, S. L’Indice del 2000, n. 1100
Si prova profondo sgomento, ma anche un certo senso di sollievo, quando si arriva all’ultima riga della nuova opera di J.M. Coetzee, Vergogna, un romanzo sulla verità e la riconciliazione scritto dal più sofisticato conoscitore di anime di tutto il Sudafrica, il Dostoevskij di Città del Capo.
C’è una sorta di suggestiva cupezza nel suo modo di scrivere, da Aspettando i barbari a Life and Times of Michael K (1983) a Foe (1986) a Il maestro di Pietroburgo (1994), da eletto redentore delle regioni oscure. Anche Vergogna è un libro cupo, che persegue con furia l’idea di redenzione, un romanzo sospeso tra violenza e riconciliazione.
“Io descrivo perversioni della verità. Scelgo strade tortuose e conduco bambini in luoghi oscuri. Seguo il danzare della penna”. Sono parole dell’immaginario Dostoevskij di Il maestro di Pietroburgo, e valgono anche per Coetzee stesso. Vergogna descrive alla perfezione la perversione della verità del nuovo Sudafrica, ma definirlo un romanzo politico sarebbe una semplificazione eccessiva. Per Coetzee, viaggiatore nelle regioni oscure, il politico non è che un accessorio dell’esistenziale. La verità in questo romanzo non è assoluta, e il processo di riconciliazione che vi è tracciato non ha molto a che fare con il consueto percorso di colpa e pentimento. In questa storia di due violenze sessuali e del silenzioso e autorigenerante procedere della riconciliazione, la condizione di vittima non è monopolio di alcuna razza, e il processo di guarigione non segue il copione scritto dalla Storia.
Nadine Gordimer, il cui immaginario è fortemente determinato dal colore della sua pelle e dal periodo storico in cui vive, ha scritto: “Lo scrittore bianco deve decidere se rimanere fedele all’ordine sociale dei bianchi ormai in declino (anche come dissidente, se non procede oltre questa posizione, rientra seppur da scettico in quest’ordine) o se schierarsi senza remore per l’ordine che sta lottando per prendere vita. E dichiararsi favorevole a quest’ultimo è solo l’inizio.Se questo vale per tutti i bianchi, vale ancora di più per uno scrittore. Lo scrittore deve trovare il modo per riconciliare l’inconciliabile dentro di sé, e per costruire un rapporto con la cultura di una comunità dai parametri completamente nuovi, che non è razziale ma che nasce da un impianto razziale, e che è guidata dai neri”.
Gordimer, probabilmente la scrittrice bianca più nota del Sudafrica, rappresenta lo stereotipo del redentore sudafricano: il suo è lo stile favorito da questo paese senza giustizia che traduce la scorrettezza della storia nel linguaggio della correttezza sociale.
La dissidente privilegiata, la scrittrice bianca che ha lottato contro l’apartheid, è riuscita anche a vincere il Premio Nobel per la letteratura, dato che l’impegno sociale, o forse la correttezza politica, sono qualità letterarie consone all’estetica dell’Accademia Svedese. La storia sudafricana, un racconto a base di colpa e odio, di resistenza e pentimento, è il canovaccio ideale per qualunque sociologo capace di scrivere romanzi, come Nadine Gordimer. Romanzi in cui l’essere bianchi è un fatto più politico che esistenziale, romanzi deformati da nobili intenti.
Coetzee è invece un romanziere sudafricano bianco che si rifiuta di essere un ingegnere sociale, ed è uno scrittore che si rifiuta di offrire scelte limpide, in bianco e nero.
Coetzee è più dostoevskijano che didattico, e Vergogna rappresenta il perdono ritrovato in un paese di desolazione.
© “Biblio”, traduzione dall’inglese di Monica Di Biagio.
| Andrea (03-11-2008) Questo romanzo di Coetzee è ottimo. Ben bilanciato, è composto da un mix di elementi narrativi sapientemente dosati. Lo scontro generazionale e sociale, la componente etico-morale, le immobili variazioni del pensiero del protagonista… Voto: 4 / 5 |
| Giuliopez (16-07-2007) Capisco perchè abbia vinto il premio Nobel! Coetzee è uno scrittore di razza, vero, asciutto che arriva al cuore delle storie e dei sentimenti che vuole narrare. E’ un libro che rimarrà nel mio cuore a lungo e che ho molto apprezzato anche per un viaggio fatto in Sudafrica due estati fa… Assolutamente da leggere! Voto: 5 / 5 |
| Alessia (29-06-2005) E’ un libro che bisognerebbe far leggere nelle scuole, obbligatoriamente: aiuta a non dimenticare che cosa sia l’uomo e di cosa possa essere capace. Con i tempi che corrono, sono davvero cose da tenere a mente. Voto: 5 / 5 |
| Lorenzo Pederzolli (18-03-2004) Ho letto questo libro perchè attirato dal fatto che Coetzee con esso abbia vinto il premio Nobel 2003. Devo ammettere che esso merita tutti i riconoscimenti possibili. L’autore rappresenta nel testo una realtà cruda ma realmente esistente, lontana e quasi impensabile per noi Europei. Consiglio questo libro a chi crede che i nostri piccoli problemi di ogni giorno siano insormontabili. Voto: 5 / 5 |
| ivan (26-10-2003) oserei definirlo un capolavoro della letteratura contemporanea. Permane il senso di tristezza che accompagna le altre opere dello scrittore ma il libro è, senza dubbio, un capolavoro. per chi ama la lettura non può mancare nella biblioteca Voto: 5 / 5 |
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Risolvere il problema del sesso è un tema enunciato subito nella prima pagina del romanzo Disgrace / Vergogna dello scrittore sudafricano J.M. Coetzee (1940-). Il protagonista Prof.David Lurie incontra la prostituta Soraya una volta alla settimana ed è contento e soddisfatto. Ma quando poi scoppia lo scandalo, per l’abuso sessuale di una studentessa, dinanzi alla commissione d’ inchiesta egli ammette la sua colpa, ma rifiuta di scusarsi; e a testa alta,calmo e beffardo dichiara: “…è subentrato Eros…. sono diventato un servitore di Eros“. Successivamente la propria figlia Lucy è violentata da alcuni neri. Allora il padre insorge, vuole proteggere la figlia e denunciare i malfattori. Ma Lucy dissente: non tanto per una antica colpa dei bianchi da espiare riguardo agli africani, ma perché realisticamente sarebbe inutile e anche controproducente. Da ciò emerge se non il cinismo dell’autore (come qualcuno ha detto), almeno un profondo doloroso pessimismo umano. Attraverso tutto il romanzo, il sesso è visto come un semplice dato di fatto o impulso naturale; come dato culturale (passione e arte); come problema morale (tradimento e violenza); e alla fine come arma di vendetta e lotta di potere nel travagliato Sud Africa, prima e dopo l’apartheid. Letterariamente, le esperienze sessuali di David sono alimentate da sentimenti poetici come After the storm / Dopo la tempesta di George Grotz (sentimenti del dopo-orgasmo) o i versi del Preludio di Wordsworth; mentre il rito della seduzione è accompagnato dal quintetto per flauto di Mozart o i motivi di Scarlatti. Il problema morale emerge quando il genitore della studentessa sedotta lo affronta nel corridoio dell’università: … lui si dovrebbe vergognare! In seguito, quando è dimesso dall’insegnamento (col nome nel fango, dice l’ex moglie) David si consola ancora con l’arte: si culla nel progetto di comporre un’opera da camera, voci e musica, sull’ultima passione di Lord Byron con la Contessa Guccioli in Italia. Ma se ciò appare patetico, è commovente l’umiltà che egli apprende nel suo stato finale di disgrazia e umiliazione: la pena e la pietà che prova nell’ accudire all’uccisione umanitaria di cani abbandonati. Alla storia privata di sesso e violenza del protagonista e della figlia, si compenetra e si sviluppa il tema sociale di questo romanzo, che è quello della violenza che scaturisce dal contrasto di culture diverse. Il primo grande romanzo africano che descrive la violenza del contrasto di culture in Africa è Things fall apart / Il crollo di Chinua Achebe del 1958. La stessa arte amatoria del Prof. Lurie è ispirata a una letteratura (Byron, Wordsworth, ecc.) aliena alla cultura africana, e infatti gli studenti sono più sensibili a Toni Morrison che a Byron. Quella cultura inglese è la stessa (The Mayor of Casterbridge e Shelley e Keats e Wordsworth) che V. S. Naipaul nel suo romanzo Half a life / La metà di una vita definisce “a pack of lies”, un mucchio di bugie: una cultura straniera (“No one fills like that / nessunosente in quel modo”) nell’India dell’Impero britannico, come qui in Africa. A questo romanzo, tanto per la storia privata che per quella sociale, si può applicare il pensiero di Antonio Gramsci ch’è riportato nel frontespizio del romanzo July’s People / Luglio dell’altra scrittrice sudafricana Nadine Gordimer: “Il vecchio sta per morire e il nuovo non può essere nato; in questo inter-regno sorge una grande diversità di morbidi sintomi” (Quaderni del Carcere). Nel contrasto di culture scoppia la violenza e sorge anche pateticamente “una grande diversità di morbidi sintomi”, come appunto il vagheggiamento culturale e la misera fine di David. Emerge un profondo doloroso pessimismo umano, dicevamo, ma emerge anche, forse, una vaga speranza: Lucy, vittima di violenza, rifiuta la vendetta o il riscatto, non fugge, come vorrebbe il padre, ma resta e cerca una comune radice culturale di convivenza Egidio Marchese |
Madame Bovary, dopo un pomeriggio di “scopate selvagge”, ritorna a casa e guardandosi allo specchio esclama: «questa è dunque la felicità. Questa è la felicità di cui parlano i poeti? » David Lurie, prof. di Scienze della comunicazione a Città del Capo, dopo essere stato a letto con una prostituta, paragona la propria felicità a quella di Emma : la giudica “moderata, molto moderata”. Di nuovo, il sottotesto flaubertiano ‘agirà’, nella declinazione del verbo, quando Lurie, il primo giorno in cui viene ospitato da sua figlia, dedica una attenzione maniacale alla liturgia del proprio mangiare: «niente disgusta un figlio più del corpo di un genitore quando esplica le sue funzioni ». Emma si accorge dell’odio e del livore insaziabile che prova verso il pauvre Charles vedendolo mangiare, osservando la sua masticazione insopportabilmente lenta .
David Lurie: sposato e separato due volte, una figlia, posthippie e lesbica, che ha rifiutato l’orizzonte agiato, civilizzato della metropoli sudafricana per addentrarsi nella wilderness di una fattoria sperduta nell’heart of darkness del Sudafrica più tradizionale e primordiale, archetipico, a contatto con una natura ostile, selvaggia, feroce.
Vive in una terra e fra uomini che sembrano l’infanzia del mondo. Una fattoria inospitale, che è anche ospizio per cani, un luogo dove la sua disadattabilità ed inquietudine trova, però, requie e forma, una qualche, sia pur precaria, struttura di senso.
La vorace curiosità sessuale di David – niente di luciferino o dongiovannesco, ma semmai pura irresponsabile gaudente immaturità – lo porta a commettere un gesto foriero di terribili conseguenze, una specie di hybris che scatena le ire della società falsamente tollerante che lo circonda, morbidamente adagiata sulla bibbia del politically correct: seduce una sua studentessa che, denunciandolo per molestie sessuali, causerà la “Disgrace” ( tit.originale) del prof.
Davanti a quella specie di ibrido fra un tribunale dell’inquisizione e un consiglio di facoltà, David non pronuncia alcuna abiura, anzi quasi rivendica la gratuità pericolosità del suo gesto, rifiutando di trasformare la sua vita privata in uno show televisivo e abbandona città, università, ozi, il confortevole e suadente mondo della accademia. Così ’spiega’ il suo gesto: «E’ entrato in scena Eros. da quel momento tutto è cambiato…Non ero più me stesso. Non ero più un cinquantenne divorziato e padrone della sua vita. Sono diventato schiavo di Eros».
Nella seconda strofa della poesia Sailing to bysantium, quella che comincia con il desolato incipit ” questo non è un paese per vecchi”, Yeats prosegue attingendo ad una immagine blakiana :
” un uomo anziano non è che una cosa miserabile, / una giacca stracciata su un bastone, a meno che/ l’anima non batta le mani e canti, e canti più forte/ per ogni strappo nel suo abito mortale…”
Ecco che cosa ha fatto Lurie, non ha calcolato che il paese dove vive non accetta che un vecchio «possa far cantare la sua anima e battere le mani»: la polis non può tollerare che Crono violi Armonia, non può lasciare impunito uno scandalo siffatto. David Lurie-Edipo, per questo, si è autocondannato all’esilio: dai fasti e dai riti della cultura accademica, in un rapido décalage, senza però l’estetizzante voluttuoso autocompiacimento di chi scivola, lentamente, negli abissi. Lui che usava i Sonnets shakespereani e Wordsworth come piccolo manuale portatile di infallibile strategia della seduzione, sempre pronto all’uso e ad ogni evenienza, si trova, in un rapido lasso di tempo, ad assistere una amica veterinaria di sua figlia, che compie pietose eutanasie su cani che poi lui stesso trasporta in un inceneritore: il prof. David Lurie è ora psicopompo di cani morti, dei cani e dei libri, e dei cani nei libri autre fois.
La scittura di Coetzee è il risultato di una operazione basata sul sottrarre, sul ‘levare’: via ogni deriva psicologista od ermeneutica, alla ricerca di una espressività tesa, asciutta, scarnificata, essenziale, per cogliere, poi, il centro esatto delle cose, la verità che è come cuneo profondo che incide, che strazia, carne e anima.
E questa secchezza espressiva, quasi rudimentale, è consentanea della elementarità primitiva del mondo in cui vive la figlia di David e David stesso: un mondo dove violenza, istinto, regole ancestrali risultano incomprensibili a chi li osserva con le lenti deformanti e superbe della Kultur. E anche una violenza carnale può essere accettata, avere una sua logica, una sua morale, una sua accettabilità, all’interno di quell’universo ancestrale siffatto.
L’alter ego di David Lurie è Lester Burnham, protagonista di American Beauty. Quest’ultimo si arresta laddove David prosegue: entrambi, comunque, non si curano del memento contenuto nell’ ultimo coro dell’Edipo re («Non dire nessuno felice se non hai visto l’ultimo dei suoi giorni »), nè tantomeno Ovidio, ( le sue Metamorfosi“, altro sottotesto di questo libro) volgarizzato da Montaigne Nemo ante obitum beatus: solo pochi minuti, prima di morire, esclama estatico, beato e convinto : «Sto da dio, sto da dio».