Ottobre 28, 2009

Per Novembre cosa leggere?

Bentornati, cari lettori del gruppo di Melzo: anche quest’anno abbiamo iniziato bene, con una buona serata inaugurale, ricca di osservazioni e di spunti interessanti. Ma veniamo alle informazioni per chi non c’era: i libri scelti per il prossimo incontro di novembre sono “LA VITA E’ ALTROVE” di Milan Kundera e “STORIA DI UN MATRIMONIO” di Andrew Sean Greer, entrambi editi da Adelphi.  In realtà abbiamo già deciso di leggere altri romanzi, ma per sapere quali dovrete venire mercoledì 11 novembre, ore 21, a Palazzo Trivulzio. Vi aspettiamo numerosi!

 

Ottobre 28, 2009

L’urlo e il furore

Ho trovato in rete alcune interessanti recensioni del romanzo “L’Urlo ed il furore” di William Faulkner. Vi propongo un sunto delle più significative

Per me è stato come un puzzle. All’inizio molti passaggi sono difficili, la struttura è molto complessa, forse addirittura fastidiosa, rischi di smarrirti e ti vien quasi voglia di mollare. Ma poi le tessere vanno al posto giusto e il quadro si delinea nella tua mente e finalmente apprezzi la lettura di questo capolavoro. Tra i monologhi di Benjy Quentin e Jason, sicuramente il secondo è stato quello in cui ho fatto più fatica, a motivo forse del più complesso profilo psicologico del personaggio e del dramma da lui vissuto. In definitiva un libro da leggere sicuramente, di un grande autore del panorama letterario americano tra le due guerre.

Considerato da molti il vero capolavoro di Faulkner ed il migliore da lui stesso, che amò definirlo “il mio splendido fallimento”, L’urlo e il furore è diviso in quattro parti, ha quattro voci narranti e si svolge in quattro diversi momenti narrativi. La stessa storia è raccontata quattro volte, come in altri romanzi dell’autore. Il titolo prende ispirazione da un verso di Macbeth: (life) “It is a tale Told by an idiot, full of sound and fury Signifying nothing.” La prima parte è narrata proprio da un idiota, il trentatreenne Benjy Compson, a data 1928. Moltissime le critiche e le opinioni divergenti per un’opera che è indubbiamente complessa e fornisce, proprio per questo, numerosi spunti diversi. Dalla visione distruttiva della famiglia al ruolo simbolico di Benjy l’idiota, che non ha il senso del tempo, né coscienza, ma si eleva ad unico personaggio senziente. Ogni personaggio è ossessionato dal passato e rivede la propria vita attraverso flashback, in una sorta di impari lotta contro il tempo. Sono antieroi disperati, oscuri e dannati sull’orlo dell’abisso e le loro vicende provocano spesso, nella testa di chi legge, uno smarrimento che si desta soltanto per la drammaticità di quanto accade.

Toccante e geniale, difficile da amare e da dimenticare, L’urlo e il furore è sicuramente uno dei romanzi più grandi del novecento. E’ un’impresa ardua entrare in casa Compson, un mondo torbido e labirintico che soprattutto all’inizio risulta davvero impenetrabile. Eppure, le oscure vicende dei suoi protagonisti renderanno impossibile uscirne.

William Faulkner è uno scrittore che non può essere affrontato a cuor leggero. In questo romanzo, in particolare nei primi due capitoli, viene utilizzato lo stile narrativo del “flusso di coscienza”, mutuato da Joyce. Per questo motivo può risultare all’inizio assai difficile la comprensione della trama. Superata questa difficoltà, “L’urlo e il furore” si rivela un’opera assolutamente straordinaria, i cui personaggi acquisiscono un drammatico spessore tragico. Su tutti emerge la figura del povero Ben, il figlio minorato, apparentemente isolato dalla sua insanabile demenza, in realtà testimone, a suo modo sensibile e commovente, del drammatico evolversi delle vicende della famiglia Compson. L’alcolismo del padre, la salute malferma della madre, amori incestuosi, suicidi, miserie e violenze minano alle fondamenta la storia di questa famiglia del profondo Sud americano. Ben e Dilsey, l’anziana domestica di colore, ne sono i testimoni più tragici ed impotenti.

Folgorante il primo capitolo; altissimo il quarto; osticissimi gli altri due. si sente molto lo sforzo che l’autore fa per essere NUOVO. destruttura il linguaggio – che è insistentemente sperimentale, tendendo a tratti verso un barocco tipico faulkneriano. troppo lavoro sulla forma, per i miei gusti, seppur sostenuto da solide basi concettuali, da una Forma-Sostanza forte, da una possanza invidiabile.

La contea di Yoknapatawpha è un territorio inesistente, o meglio, un territorio che esiste, con quel nome, solo nella geografia personale di uno scrittore. Yoknapatawpha (che suona come un nome indiano e si pronuncia “ioknapatofa”) è una contea del Sud degli Stati Uniti, quella dove è nato e a lungo vissuto William Faulkner, grande scrittore, premio Nobel (nel 1950), gentiluomo eccentrico, personalità arrogante, celebre bevitore, rampollo di una aristocratica famiglia meridionale che ha nutrito dei suoi ricordi, problemi, tragedie, ossessioni, tradizioni buona parte dei romanzi del Nostro.
Yoknapatawpha County, dunque. Nella realtà si chiama Lafayette County. Ed è la terra dei Faulkner. La terra del bisnonno di William, il colonnello Falkner (il nipote aggiungerà la “u” al cognome), che era avvocato, scrittore di successo, uomo politico, soldato, industriale (costruì in Tennessee una linea ferroviaria che fece la fortuna della famiglia), e litigioso: non solo finì coinvolto in una serie di processi per omicidio in cui se le cavò benissimo, ma finì lui stesso abbattuto dal suo ex socio, pazzo di gelosia, mentre era candidato all’assemblea legislativa del Mississippi (volete sapere come andò a finire? Il socio venne assolto. Siamo nel profondo Sud, quasi nel West).
Perché si parla tanto del bisnonno? Perché il colonnello Faulkner, sotto il nome di Sartoris, tornerà di prepotenza nei libri del suo bisnipote, assieme alle storie del vecchio Sud “antebellum”, quello di prima della guerra di Secessione. Perché i libri di William Faulkner si nutrono di questi personaggi, di questi sfondi, di queste atmosfere, di queste eredità. Sartre diceva che per Faulkner il futuro non esisteva. Mentre esisteva il passato, con tutto il suo peso deformante. La memoria del Sud, la realtà del Sud, il mito del Sud, il tutto concentrato in un mondo speciale, suo, Yoknapawpha, la sua “ostrica”, a cui Faulkner ha dedicato quindici dei suoi diciannove romanzi. Di cui
L’urlo e il furore è il quarto, dopo un libro di poesie (The Marble Faun, 1924), dopo il libro del debutto, La paga del soldato, pubblicato nel 1926, dopo Mosquitoes (1927) e Sartoris (1929), in cui, appunto, le memorie della tradizione familiare ritornano appena velate dal cambiamento dei nomi.
Anche se venne pubblicato nel
1929, L’urlo e il furore è uno dei primi romanzi scritti da Faulkner. E gran parte della critica, per non dire a suo tempo Faulkner stesso, ritiene che sia il suo più bello. Anche se non cambiò granché la sua precaria situazione in quel momento. Era un irregolare, il giovane Faulkner, come anche suo padre, che aveva continuato a cambiare lavoro, instabile e inconcludente. Il giovane William – che era nato nel 1987 – aveva dalla sua il talento. Aveva cominciato a scrivere poesie da giovanissimo. Aveva tentato di arruolarsi nell’aeronautica degli Stati Uniti, ma, troppo basso di statura, era stato rifiutato e aveva dovuto rivolgersi ai Flying Corps canadesi – e l’armistizio fu firmato il giorno in cui il suo corso finiva. Festeggiando la pace con qualche bicchiere di troppo (l’inizio di una rispettabile carriera di bevitore) si era ferito a una gamba.
Era ritornato a Oxford, si era iscritto un po’ controvoglia all’università, aveva cominciato a scrivere per riviste e giornali universitari. Aveva lavoricchiato per l’università e mollato presto il lavoro. Quando era uscito, The Marble Faun aveva venduto poco ed era stato maltrattato dalla critica. Aveva cercato di andarsene e si era arenato a New Orleans nella cerchia di Sherwood Anderson. Aveva cominciato, incoraggiato e ispirato da lui, a scrivere romanzi…
Il 1929, è superfluo dirlo e citarne le ragioni, fu un anno horribilis e cruciale. Depressione o non depressione è stato certo cruciale in letteratura. Nel 1929 venne pubblicato
Niente di nuovo sul fronte occidentale – che avrebbe venduto in diciotto mesi tre milioni e mezzo di copie e spinto Remarque a dubitare di se stesso perché si sentiva l’autore di un libro solo. E due settimane esatte prima del crollo di Wall Street, il 7 ottobre, uscì The Sound and the Fury, che nello stesso periodo di tempo, nonostante una buona accoglienza critica, vendette solo millesettecentoottantanove copie – e ci vorranno più di dieci anni, fino al 1943, perché la casa editrice di Faulkner, Jonathan Cape and Harrison Smith, riesca a venderne altre mille copie.
Cape e Smith si rifaranno in parte con
Sanctuary, pubblicato nel 1931 (seimila copie di venduto, e un successo, in parte dovuto allo “scandalo”, come Faulkner difficilmente raggiungerà fino al Nobel).
In quell’atmosfera è uscito il meraviglioso, complesso, impegnativo capolavoro del modernismo che è
L’urlo e il furore: il mio “splendido fallimento” lo definiva Faulkner, “un vero figlio di puttana”, “un libro in cui ho riversato le mie viscere”. Un romanzo sperimentale che, se fosse passato per le mani disciplinanti e disciplinate di un editor, avrebbe trovato probabilmente una forma più normalizzata di quella che ha invece trovato nella fantasia di Faulkner.
Se non le viscere certo Faulkner ci ha riversato molte passioni private. L’urlo e il furore racconta il crollo dell’aristocrazia di provincia, il declino della cultura gentilizia del Sud, la fine di un mondo amato e odiato, e intimamente conosciuto, attraverso la storia della decadenza della
famiglia Compson – che assomiglia tanto anche se non letteralmente ai Faulkner. Una grande famiglia del Sud, con i suoi segreti, le sue tare, i suoi peccati, i suoi silenzi. Genitori, figli, servitori, odi, passioni, tenerezze, orrori.
Una tragedia in tre atti e un prologo, raccontata attraverso la voce interiore di tre personaggi, e conclusa da una quarta parte “oggettiva” (che è secondo molti la voce di Dilsey, la vecchia “mammy” nera): i diversi punti di vista si spostano dall’anno (1928) e dai tre giorni in cui la storia si sviluppa fino al passato, secondo una struttura complessa e un flusso di coscienza tanto più avventuroso e sperimentale in quanto il primo episodio del trittico si propone di riprodurre l’andamento dei pensieri di un minorato mentale, un commovente “idiota” di trentatre anni, Benjamin. Mentre, al centro della storia e dei pensieri delle voci narranti (che raccontano con una stupefacente libertà di lingua e di lessico: John Faulkner ricorda che il fratello si lamentava del fatto che la lingua inglese non avesse abbastanza parole che servissero i suoi scopi) il personaggio dominante è Caddy, la sorella bella e libera – troppo, per l’epoca – che abita le fantasie dei suoi fratelli, fino a conseguenze tragiche.
Arrivarono poi
Santuario, Luce d’agosto, Assalonne, Assalonne!, Scendi Mosè, Requiem per una monaca. Arrivò anche Hollywood, dove Faulkner venne chiamato per sceneggiare Santuario (che divenne un film di Stephen Roberts con Miriam Hopkins) e a sceneggiare, tra l’altro, Il grande sonno (con Chandler) e Avere e non avere fianco a fianco con Hemingway.
Tra libri e cinema al figlio della grande famiglia decaduta arrivò una relativa ricchezza, che venne investita in una vecchia casa a Oxford, Rowan Oak, il monumento al suo successo. Arrivò, nel 1950, il Nobel. Quanto a L’urlo e il furore divenne nel 1959 un film (modesto) di Martin Ritt, con Joanne Woodward e Yul Brinner, che neanche lentamente poteva riprodurre la ricchezza e la complessità di una prosa che è tra le più belle espressioni della letteratura americana del ventesimo secolo.

Ottobre 28, 2009

Piazza del Diamante

Il Piacere della lettura- Ottobre 2009

Al termine della lettura, un po’deludente, del romanzo di Mercè Rodoreda, non ho potuto fare a meno di chiedermi perché lo avessi consigliato con tanto calore. Era accaduto che avevo ascoltato (a Radio Tre) e avevo letto recensioni veramente entusiastiche, e soprattutto da persone / critici che stimavo per la loro competenza. Vi propongo due recensioni del testo.

“La piazza del Diamante”, capolavoro della scrittrice catalana Mercè Rodoreda

Appena ho chiuso “La piazza del Diamante” di Mercé Rodoreda, ho semplicemente pensato: ho letto un capolavoro. E mi è venuta subito voglia di andare in libreria, comprarne dieci copie e regalarle alle persone più care, e già cercavo le parole per questa recensione, per provare a convincere quanta più gente possibile a leggere un libro come ne capitano pochi nella vita. Troppo entusiasmo. lo slancio di un minuto per un romanzo in fondo già tradotto e pubblicato In Italia altre volte nei decenni passati senza particolari riscontri, dirà qualche espertone.
Ma ogni libro arriva quando deve arrivare: La piazza del Diamante fu scritto nel 1960 da un’autrice catalana famosa in tutta la Spagna ma non da noi, e adesso è il suo momento. D’altronde anche Gabriel García Márquez, citato in copertina, sentenziò “La Piazza del Diamante è a mio parere il romanzo più bello che sia stato pubblicato in Spagna dopo la guerra civile”. La storia è avvincente e i personaggi sono indimenticabili, ma non è per questo che il romanzo si infila come un ago o un fiore nella mente: c’è molto di più, c’è la trasparenza dl una scrittura che permette dl vedere oltre l’opacità delle cose fino al centro segreto della vita, ed è una scrittura che nasce da una sapienza superiore. Chi ha capito di più. scrive meglio. Chi sa, sa raccontare, perché ogni divagazione. ogni personaggio secondario, ogni piccola descrizione stringono attorno al battito del tempo, si posano sul flusso invisibile dei giorni e magicamente rendono evidente la sua forza costruttiva e distruttiva.
Natalia è una giovane e bella pasticcera dl Barcellona, e di lei si innamora perdutamente Quimet. un ebanista prepotente, un uomo pieno di difetti e di ossessioni. Si sposano e vanno a vivere in una casa mezza diroccata dove Colombetta, cosi Quimet chiamerà sempre sua moglie, partorisce due bambini e impara la sofferenza e la follia dell’esistenza. È lei la narratrice, e il suo tono è lieve, preciso, poetico, ogni evento acquista nelle sue parole un che di simbolico, come se tutto avesse un senso evidente e uno nascosto. L’allevamento di colombi che Quimet le piazza in casa, una follia di uova, mangime, scagazzate, pigolii, frullii d’ali fa pensare all’invasione del caos, alla pianificazione dell’assurdo, alla confusione della guerra. E la guerra, quella vera, arriva senza bussare. Franchisti e repubblicani iniziano a scannarsi, e tutto precipita come un macigno. Colombetta non sa giudicare, non ha una coscienza politica, sa solo che suo marito ha preso un fucile ed è partito e che ora bisogna lottare per 1a sopravvivenza. Le pagine in cui è costretta a consegnare a una colonia repubblicana il figlio maggiore, perché non ha più nulla da dargli da mangiare, sono un apice di strazio e commozione, in qualche modo ricordano certi episodi de “La Storia” di Elsa Morante. Ma il peggio e il meglio devono ancora arrivare: il marito muore in Aragona, aumentano la fame e la desolazione, la paura dl non riuscire ad arrivare fino a sera. Quando la guerra finisce, Colombetta è una donna perduta, la moglie di un rosso, un’impestata da evitare. Ma in questa donna c’è tutta intera la forza istintiva e struggente della vita, e lei saprà ricominciare. Un droghiere gentile, tragicamente mutilato tra le gambe, la prenderà in sposa e si occuperà dei suoi figli, li farà studiare, sposare, procedere. Ma, ripeto, tutto è nello sguardo e nei pensieri di Colombetta, una donna come tante che però sa leggere il mondo e imparare giorno dopo giorno di che sostanza è fatta la vita: di tempo che passa tra rose e rovine, spietatamente, di tempo che devasta e che a volte, se lo accogliamo senza rancore, ci rende assurdamente felici.

Goffredo Fofi  – L’ingiustizia della storia

La plaça del Diamant sta al centro del quartiere Gràcia, di Barcellona. Molti destini vi si incrociano. Oggi è un luogo come tanti, indefinito: ieri era popolare, popoloso, vitale. Mercè Rodoreda le ha dedicato il suo romanzo più noto, bellissimo, che con limpida voce in prima persona ripercorre il destino di Natàlia, una pasticciera barcellonese umile e bella che sposa un rozzo ebanista con cui ha due figli e che muore nella guerra civile, da repubblicano.
Nei durissimi anni del dopoguerra la donna è alle prese con la fame, la disperazione. Tuttavia sopravvive, e sposa un droghiere ferito in guerra nella virilità, che sa come allevare i suoi figli, sa proteggerla e ridarle la voglia di vivere.
La storia è semplice, dura come quelle di quegli anni. L’autrice, schierata con i repubblicani, dopo la vittoria di Franco visse in esilio in Francia fino al 1972 (è morta nel 1983). La piazza del Diamante è uno dei più grandi romanzi della letteratura spagnola del novecento, forse il migliore scritto da una donna. È un grande libro di scrittura nitida e altissima nella sua essenzialità e semplicità, una prosapoesia di fatti sentimenti sofferenze, riflessione sull’eterna ingiustizia della storia. Fu pubblicato da Mondadori negli anni ottanta, ma se ne accorsero in pochi. Un errore da non ripetere

Al di là di alcuni passi del romanzo veramente pregevoli, il mio giudizio invece è abbastanza critico; relativamente al contenuto, sono rimasto deluso per la mancata evoluzione psicologica della protagonista, sia esistenziale che politica (le vicende della Guerra Civile spagnola sono quasi incomprensibili, per un lettore che non sia già informato). Anche la forma, la scrittura, lo stile mi hanno lasciato interdetto: lessico e costruzione dei periodi tutto sommato ordinari, nessuna sperimentazione o innovazione; il narratore è sì in prima persona, ma il flusso di coscienza dei suoi pensieri/sentimenti non mi sembra particolarmente riuscito. Possibile che mi sia sbagliato in modo così clamoroso? Oppure devo pensare che non solo dobbiamo guardarci dall’industria culturale, dall’ipocrisia delle recensioni “false”, ma dobbiamo diffidare anche dai giudizi critici dei recensori di professione. Non ci rimane altro che il tam-tam dei lettori

Giugno 26, 2009

Libri per l’estate


Un altro anno di buone letture e di discussioni piacevoli e interessanti si è concluso.  E per l’anno prossimo? Cosa leggeremo? Avete qualche idea in merito? Potreste comunicarmela scrivendo a gruppoletturamelzo@gmail.com. Auguro a tutti i partecipanti al nostro Gruppo di lettura

Buone Vacanze e tante ore di piacevole lettura.

Calendario per il prossimo anno

Gli incontri si terranno a Palazzo Trivulzio, un mercoledì al mese, alle ore 21: il primo incontro è fissato per mercoledì 14 ottobre. Calendario degli incontri 2008: 14-10; 11-11, 9-12.

Nel 2009: 13-1; 10-2; 10-3; 14-4, 12-5.

Libri per  l’estate

Consigliati dal vostro coordinatore

Piazza del Diamante di Mercè Rodoreda

“La piazza del Diamante” è il racconto di una vita: la storia di Natàlia, una ragazza molto semplice, ingenua, abituata a non esprimere le proprie emozioni, che si ritrova a vivere nella Barcellona della Repubblica e della guerra civile, il dramma della miseria, la perdita del marito, la solitudine, finché un secondo matrimonio non le aprirà la possibilità di una nuova vita. Con una toccante intensità, Natàlia più che raccontare sembra suggerire attraverso i dettagli i suoi sentimenti, la sua sensibilità femminile, tutta la fragilità e la complessità dell’essere umano.

L’urlo e il furore di William Faulkner

Il 1929, passato alla storia come l’anno del crollo di Wall Street che segnò l’inizio della Grande Depressione, è un anno fondamentale anche per la letteratura americana. Escono infatti “Addio alle armi” di Hemingway e “L’urlo e il furore” di Faulkner, una coincidenza che avvicina i libri, diversissimi tra loro, di due amici. Faulkner dà voce barocca a tutte le ossessioni e i fanatismi di quel Sud di cui pativa l’interminabile decadenza, incominciata con la sconfitta nella guerra civile. La mitica contea di Oxford diventa il teatro di un insanabile conflitto tra bianchi e neri, bene e male, passato e presente. Il romanzo è un complesso poema sinfonico in 4 tempi, che scandiscono le sventure di una famiglia del profondo Sud.

Giugno 17, 2009

Venuto al mondo

Il Piacere della Lettura – maggio 2009

“Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini è un libro che “divide” i lettori, tra quelli che lo trovano bellissimo e quelli che non lo sopportano. Ho sintetizzato qualche riflessione da condividere con voi.

Note positive

a) l’iniziale descrizione del figlio Pietro, davvero mirabile sia nello stile che nel contenuto, a mio parere la parte più riuscita del libro; l’autrice ha colto nel profondo cosa sono alcuni adolescenti dei nostri giorni, e ha rappresentato molto bene lo sconcerto e la difficoltà di una madre nel rapportarsi al figlio adolescente.

b) un altro dei pregi del libro è indubbiamente l’analisi particolareggiata di uno dei temi di fondo del romanzo, la maternità o meglio, l’impossibilità della maternità. L’autrice ha descritto sapientemente l’ansia e l’angoscia del non riuscire a diventare madri, al limite dell’ossessione.

c) la descrizione (e il ricordo) di questa guerra dimenticata è un’altra nota positiva del libro; probabilmente a qualcuno di noi il romanzo può far nascere il desiderio di capire di più di quella guerra, le cause, i contendenti etc..

 d) discorso analogo può essere fatto per le citazioni di Ivo Andric, grande scrittore bosniaco di lingua serbo-croata, a cui è stato assegnato il Premio Nobel nel 1961, e di cui consiglio di leggere da “i racconti” e naturalmente “Il ponte sulla Drina” del 1945 e) in conclusione, direi che ho trovato convincenti la prima parte e l’epilogo.

Note negative

a) Indubbiamente il romanzo è piuttosto lento e prolisso, soprattutto nella parte centrale. Molti sono gli episodi ripetitivi e, a mio parere, non significativi ai fini dello sviluppo della storia; 100/200 pagine in meno e il romanzo ne avrebbe guadagnato.

b) Personalmente ho trovato alcuni episodi troppo “melò”, francamente un po’ di maniera, esagerati, tanto che suonano un po’ falsi, come costruiti apposta, ad esempio quando Gemma accompagna Diego per la serata fatidica dell’accoppiamento, poi attende con ansia e sarà proprio in quella sera e in quella locanda che arrivano i “soldati”… mi ha ricordato il feiulleton ottocentesco o le modalità di uno sceneggiato televisivo.

 c) Relativamente alla “sorpresa” finale, non mi convince molto la costruzione narrativa: Gemma non sapeva niente della notte fatale, Diego è nel frattempo morto e in pratica è Aska che racconta. Sorvoliamo sul fatto che si racconta cosa aveva fatto Diego (lo avrà raccontato lui?), ma ci sono descrizioni approfondite di cosa Diego ha visto, cosa ha provato etc. Onestamente non è molto verosimile. Sono problemi che sorgono in virtù della scelta della struttura narrativa: più di 500 pagine narrate sempre in prima persona ed esclusivamente con il punto di vista del personaggio principale.

d) terminata la lettura, mi sono ritrovato a pensare che solo la figura del figlio Pietro è veramente ben descritta, mentre gli altri personaggi non risultano approfonditi e ben caratterizzati dal punto di vista psicologico. Ad esempio, in alcuni casi le descrizioni sono un po’stereotipate, da articolo di giornale, ad esempio le (banali) critiche alle ragazze che fanno fitness, oppure le brutte pagine sulla famiglia di tedeschi in vacanza che fanno all’amore.

e) Riguardo allo stile, ho notato che spesso le frasi hanno una costruzione molto semplice, da soggetto-predicato-complemento, esempio:

Vicino ad un’aiuola di terra smossa un uomo aspetta che il cane finisca i suoi bisogni. Una ragazza taglia orizzontalmente il viale pedalando su una bicicletta. Una famiglia con bambini biondi sorride nella pubblicità di Sarajevo Osiguranje. Sorridono anche i due militari nel cartellone dell’Eufor, un uomo e una donna grassocci, con le braccia conserte nelle tute mimetiche. La gente cammina ai margini del viale. Carne che scorre nella sua ordinata quotidianità.

Troppo spesso la scelta lessicale è affettata, di maniera, con alcuni risultati discutibili:

Il fango fermo della vita ora è polvere che vola verso di me.

Scava indietro negli anni trascorsi per scolarsi il buco del tempo nella gola impudica di questo sguardo straziante e gioioso.

Ho promesso a me stessa di resistere, a cinquantenni è facile pisciare lacrime incontinenti. Non mi lascerò scoperchiare da questa città.

… infilarmi, come uno stecchino in una torta, nella paccottiglia fumante dei ricordi

È un bacio lungo, molle, le lingue sono lumache che attraversano una piazza.

E’ la pena che hai del modo e di te stesso lì dentro, pezzo di carne, wurstel animato, sacco che vale poco.

E adesso sorride scoreggiando una specie di marcetta.

Sembrano zoccoli di cavallo su un selciato anziano.

ha gli occhi incatarrati di un orso ribelle

f) ho trovato molto “pesanti” le continue similitudini, vale a dire un vero e proprio abuso del “come”, sia per la frequenza, sia per la qualità delle immagini.

 Mi tira su dalla sedia, mi porta a ballare tra gli altri in mezzo al prato. Mi stringe come uno sposo. Ha le braccia più forti. Mi prende per i capelli come fossi una pannocchia, mi spinge sulla sua bocca, respira nella mia. Mi cerca minaccioso come un caimano a pelo d’acqua. – “Guardami” – Lo sto guardando. – “Ti amo”. Sa ballare come un padreterno, tra le sue braccia sono uno straccetto che si lascia portare. Ha le spalle dritte di un ballerino di flamenco, il bacino sinuoso e le gambe matte che si rompono come quelle di Michael Jackson.

 Il monumentale lampadario sembra una grande medusa prigioniera in una rete. I camerieri in basso passano come alghe in un mare vuoto.

Quando è pronto per saltarmi sopra, felice come un cane che corre a strofinarsi su un prato addosso a una merda.

Passarono mesi, uno accanto all’altro, inutili come vagoni morti.

le cabine della funivia dimenticate nel cielo come denti cariati

Due anni di Gruppo di Lettura

(Simonetta Agnello Hornby – La Mennulara)

Ian Mc Ewan – Espiazione

Gabriel Garcia Marquez – Cronaca di una morte annunciata

Mark Haddon – Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Dai Sijie – Balzac e la Piccola Sarta cinese

Tracy Chevalier – La ragazza con l’orecchino di perla

Paolo Maurensig – La variante di Luneburg

Edith Warthon – L’età dell’innocenza

Muriel Barbery – L’eleganza del riccio

Jung Chang – Cigni Selvatici

Irene Nemirovsky – Jezabel

Paolo Giordano – La solitudine dei numeri primi

John Fowles – La donna del tenente francese

Fedor Dostoevskij – Delitto e Castigo

 Dominique Lapierre – Mille soli

Mario Calabresi – Spingendo la notte più in là

Amos Oz – La scatola nera

Patrick Mc Grath – Follia

Stieg Larsson – Uomini che odiano le donne

Doris Lessing – Il taccuino d’oro

Peter Cunningham – Le ore

Virginia Woolf – La signora Dalloway

Andrea Vitali – Olive comprese

Philiph Roth – Pastorale Americana

Piero Chiara – Il piatto piange

Andrea Camilleri – La scomparsa di Patò

J.M. Coetzee – Vergogna

Margaret Mazzantini – Venuto al mondo

Luigi Pirandello – L’uomo dal fiore in bocca

Aprile 3, 2009

I LIBRI DI MAGGIO

Care lettrici e cari lettori, per chi si è perso l’ultimo incontro e  quindi non sa quali libri sono stati prescelti, ecco il promemoria:

Margaret Mazzantini – Venuto al mondo

Luigi Pirandello – L’uomo dal fiore in bocca.

Ci vediamo, per l’ultimo incontro dell’anno, il 6 maggio 2009;  e buona lettura!

Aprile 3, 2009

Vergogna

 

Il piacere della lettura – Aprile 2009

 

Piccola rassegna critica su “Vergogna” di J.M. Coetzee

 

Continua senza tregua il confronto tra bianchi e neri nel Sudafrica del post-apartheid. La vicenda di David Lurie e di sua figlia Lucy nel romanzo di Coetzee, Vergogna, scava all’interno dello stato di sospensione, dell’ansia, dell’angoscia di sopravvivenza dei bianchi nel paese. David, docente al Politecnico di Cape Town, due divorzi alle spalle e frequentazione abituale di prostitute, ha una breve relazione con una studentessa, Melanie, che subito dopo lo denuncia per molestia sessuale. Costretto ad ammettere la sua colpa di fronte a una commissione disciplinare dell’università, David non riesce tuttavia a esprimere pubblicamente alcuna forma di pentimento, se non l’ammissione di essersi lasciato sedurre dai “diritti del desiderio”. Di fronte a tanta ostentazione di vanità e di indifferenza, i giudici lo costringono a dimettersi dall’università. Questo l’avvio del romanzo.
È inevitabile leggere Vergogna, come del resto tutta la nuova narrativa del Sudafrica, da Un’arma in casa di Nadine Gordimer (Feltrinelli, 1998) al più recente The Rights of Desire (2000) di André Brink (non ancora tradotto in italiano) alla luce del lavoro della Truth and Reconciliation Commission (Trc). Il romanzo di Coetzee sembra muovere proprio dalla difficoltà del processo di riconciliazione, sia per quanto riguarda i rapporti interrazziali, che per i rapporti tra i sessi e quelli tra le generazioni, indicando altrove - in un ritrovato senso di dignità umana e di rispetto per l’altro - la possibilità di ricominciare. L’espiazione della colpa e la successiva “rigenerazione” di David avverranno lontano dalla città, nel corso di una visita alla figlia che vive in una piccola fattoria nella provincia orientale del Capo. Lucy, trentenne e single, “una colona di frontiera della nuova razza”, si guadagna da vivere con una pensione per cani e un banchetto di fiori e verdura al mercato. C’è un uomo che l’aiuta nei campi e con i cani, Petrus, un nero diventato, grazie a un sussidio statale, proprietario del terreno confinante. Il rapporto tra David e sua figlia non è del tutto sereno, mossi come sono da principi e impulsi del tutto diversi, ma David, che ha optato per una forma di esilio volontario da tutto ciò che finora ha contato per lui, si adatta alla nuova precaria esistenza aiutando l’amica di sua figlia Bev Shaw, animalista convinta, nella sua clinica veterinaria, e anche lavorando per Petrus nella costruzione della sua casa.
Il tranquillo ritiro rurale, in cui David programma di scrivere un’opera sul periodo italiano di Byron e la sua storia d’amore con Teresa Guiccioli, sarà drammaticamente spezzato quando tre giovani neri entrano in casa, rubano tutto quello che possono, cospargono David di benzina dandogli fuoco, stuprano Lucy, tagliano i fili del telefono e ammazzano tutti i cani. David sopravvive e intende denunciare il fatto ma Lucy glielo impedisce. Sospettando la connivenza di Petrus, David ritiene che la figlia non possa sentirsi in alcun modo al sicuro in quel luogo isolato e la incita a lasciare la fattoria, ma Lucy è ottusamente irremovibile. Vuole mantenere la sua terra e preferisce vedere nella violenza subita il prezzo da pagare, l’inevitabile riparazione nei confronti dei neri per la lunga storia di torti subiti. Dopo una breve visita a Cape Town, dove sente di non avere più una sua collocazione, David torna dalla figlia aspettando con lei la nascita del figlio della violenza e continuando il lavoro alla clinica degli animali. Ha imparato dalla goffa Bev Shaw ad aiutare i cani a morire senza sofferenza, con il conforto di un gesto d’amore. Ora è lui l’uomo dei cani. Quanto a Petrus, in qualche modo il nuovo soggetto sociale del post-apartheid, Coetzee sembra andare vicino questa volta a dargli una voce, ma non al punto da raccontarne la storia: questa resta un mistero, un buco nero al centro della narrazione. L’inglese - ”una lingua stanca, friabile, rosa all’interno dalle termiti” - non è il mezzo adatto a raccontarla, bisognerà farlo in tempi diversi, in una lingua diversa.
A questo romanzo, forse il più immediatamente accessibile di Coetzee, perché così strettamente legato alla situazione attuale del Sudafrica, è stato assegnato il Booker Prize, premio che già Coetzee aveva vinto nel 1983 per Vita e morte di Michael K. La tenuta narrativa di Vergogna è straordinaria, il racconto è incalzante dalla prima all’ultima pagina. La prosa scarna
e asciutta, che sembra limitarsi a registrare i fatti dall’esterno, senza emozioni e senza giudizi, disegna con agghiacciante precisione le tensioni irrisolte tra bianchi e neri e il pericolo costante di una situazione che, al di là di ogni possibile ottimismo riconciliatorio, viene vista come minacciosa in particolare dai bianchi. L’unica riparazione possibile sembra essere la redistribuzione di tutto ciò che è in possesso dei bianchi, un pezzo di terra, un’automobile, un paio di scarpe; anche le donne diventano una possibile merce di scambio. Eppure questo romanzo non è il grido d’allarme di un bianco per la perdita dei suoi privilegi, né la richiesta di solidarietà con un bianco per la sua disgrazia (Disgrace è il titolo originale del romanzo, un titolo più sottile e complesso di quello italiano). Arrogante, compiaciuto, “né cattivo né buono; né freddo né appassionato”, David Lurie non è il portavoce dell’autore e non raccoglie, se non negli ultimi capitoli, le simpatie e il rispetto del lettore. Il viaggio di David - dalla città alla campagna - da una condizione di chiuso egoismo e di incomprensione della realtà a una visione più lucida, diventa un percorso di illuminazione e di riparazione insieme. La sua esperienza di vita, la sua “disgrazia” si trasforma via via nella ricerca forse inconsapevole di qualcosa per cui valga la pena vivere, al di là della bellezza e della poesia, qualcosa che abbia al centro la sofferenza degli uomini e degli animali. È questo che alla fine riscatta David, lui che non ha capito Melanie, che non capisce quello che gli chiede la commissione d’inchiesta, che non riesce a entrare nelle ragioni di sua figlia e condividere il suo bisogno di legarsi alla terra e al figlio che nascerà, che non riesce a coinvolgersi nemmeno dalla propria disgrazia.

recensione di Prasannarajan, S. L’Indice del 2000, n. 1100

Si prova profondo sgomento, ma anche un certo senso di sollievo, quando si arriva all’ultima riga della nuova opera di J.M. Coetzee, Vergogna, un romanzo sulla verità e la riconciliazione scritto dal più sofisticato conoscitore di anime di tutto il Sudafrica, il Dostoevskij di Città del Capo.
C’è una sorta di suggestiva cupezza nel suo modo di scrivere, da Aspettando i barbari a Life and Times of Michael K (1983) a Foe (1986) a Il maestro di Pietroburgo (1994), da eletto redentore delle regioni oscure. Anche Vergogna è un libro cupo, che persegue con furia l’idea di redenzione, un romanzo sospeso tra violenza e riconciliazione.
“Io descrivo perversioni della verità. Scelgo strade tortuose e conduco bambini in luoghi oscuri. Seguo il danzare della penna”. Sono parole dell’immaginario Dostoevskij di Il maestro di Pietroburgo, e valgono anche per Coetzee stesso. Vergogna descrive alla perfezione la perversione della verità del nuovo Sudafrica, ma definirlo un romanzo politico sarebbe una semplificazione eccessiva. Per Coetzee, viaggiatore nelle regioni oscure, il politico non è che un accessorio dell’esistenziale. La verità in questo romanzo non è assoluta, e il processo di riconciliazione che vi è tracciato non ha molto a che fare con il consueto percorso di colpa e pentimento. In questa storia di due violenze sessuali e del silenzioso e autorigenerante procedere della riconciliazione, la condizione di vittima non è monopolio di alcuna razza, e il processo di guarigione non segue il copione scritto dalla Storia.
Nadine Gordimer, il cui immaginario è fortemente determinato dal colore della sua pelle e dal periodo storico in cui vive, ha scritto: “Lo scrittore bianco deve decidere se rimanere fedele all’ordine sociale dei bianchi ormai in declino (anche come dissidente, se non procede oltre questa posizione, rientra seppur da scettico in quest’ordine) o se schierarsi senza remore per l’ordine che sta lottando per prendere vita. E dichiararsi favorevole a quest’ultimo è solo l’inizio.Se questo vale per tutti i bianchi, vale ancora di più per uno scrittore. Lo scrittore deve trovare il modo per riconciliare l’inconciliabile dentro di sé, e per costruire un rapporto con la cultura di una comunità dai parametri completamente nuovi, che non è razziale ma che nasce da un impianto razziale, e che è guidata dai neri”.
Gordimer, probabilmente la scrittrice bianca più nota del Sudafrica, rappresenta lo stereotipo del redentore sudafricano: il suo è lo stile favorito da questo paese senza giustizia che traduce la scorrettezza della storia nel linguaggio della correttezza sociale.
La dissidente privilegiata, la scrittrice bianca che ha lottato contro l’apartheid, è riuscita anche a vincere il Premio Nobel per la letteratura, dato che l’impegno sociale, o forse la correttezza politica, sono qualità letterarie consone all’estetica dell’Accademia Svedese. La storia sudafricana, un racconto a base di colpa e odio, di resistenza e pentimento, è il canovaccio ideale per qualunque sociologo capace di scrivere romanzi, come Nadine Gordimer. Romanzi in cui l’essere bianchi è un fatto più politico che esistenziale, romanzi deformati da nobili intenti.
Coetzee è invece un romanziere sudafricano bianco che si rifiuta di essere un ingegnere sociale, ed è uno scrittore che si rifiuta di offrire scelte limpide, in bianco e nero.
Coetzee è più dostoevskijano che didattico, e Vergogna rappresenta il perdono ritrovato in un paese di desolazione.

© “Biblio”, traduzione dall’inglese di Monica Di Biagio.

 

Andrea (03-11-2008)
Questo romanzo di Coetzee è ottimo. Ben bilanciato, è composto da un mix di elementi narrativi sapientemente dosati. Lo scontro generazionale e sociale, la componente etico-morale, le immobili variazioni del pensiero del protagonista…
Voto: 4 / 5

 

Giuliopez (16-07-2007)
Capisco perchè abbia vinto il premio Nobel! Coetzee è uno scrittore di razza, vero, asciutto che arriva al cuore delle storie e dei sentimenti che vuole narrare. E’ un libro che rimarrà nel mio cuore a lungo e che ho molto apprezzato anche per un viaggio fatto in Sudafrica due estati fa… Assolutamente da leggere!
Voto: 5 / 5

 

Alessia (29-06-2005)
E’ un libro che bisognerebbe far leggere nelle scuole, obbligatoriamente: aiuta a non dimenticare che cosa sia l’uomo e di cosa possa essere capace. Con i tempi che corrono, sono davvero cose da tenere a mente.
Voto: 5 / 5

 

Lorenzo Pederzolli (18-03-2004)
Ho letto questo libro perchè attirato dal fatto che Coetzee con esso abbia vinto il premio Nobel 2003. Devo ammettere che esso merita tutti i riconoscimenti possibili. L’autore rappresenta nel testo una realtà cruda ma realmente esistente, lontana e quasi impensabile per noi Europei. Consiglio questo libro a chi crede che i nostri piccoli problemi di ogni giorno siano insormontabili.
Voto: 5 / 5

 

ivan (26-10-2003)
oserei definirlo un capolavoro della letteratura contemporanea. Permane il senso di tristezza che accompagna le altre opere dello scrittore ma il libro è, senza dubbio, un capolavoro. per chi ama la lettura non può mancare nella biblioteca
Voto: 5 / 5

 

 

Risolvere il problema del sesso è un tema enunciato subito nella prima pagina del romanzo Disgrace / Vergogna dello scrittore sudafricano J.M. Coetzee (1940-). Il protagonista Prof.David Lurie incontra la prostituta Soraya una volta alla settimana ed è contento e soddisfatto. Ma quando poi scoppia lo scandalo, per l’abuso sessuale di una studentessa, dinanzi alla commissione d’ inchiesta egli ammette la sua colpa, ma rifiuta di scusarsi; e a testa alta,calmo e beffardo dichiara: “…è subentrato Eros…. sono diventato un servitore di Eros“. Successivamente la propria figlia Lucy è violentata da alcuni neri. Allora il padre insorge, vuole proteggere la figlia e denunciare i malfattori. Ma Lucy dissente: non tanto per una antica colpa dei bianchi da espiare riguardo agli africani, ma perché realisticamente sarebbe inutile e anche controproducente. Da ciò emerge se non il cinismo dell’autore (come qualcuno ha detto), almeno un profondo doloroso pessimismo umano.

Attraverso tutto il romanzo, il sesso è visto come un semplice dato di fatto o impulso naturale; come dato culturale (passione e arte); come problema morale (tradimento e violenza); e alla fine come arma di vendetta e lotta di potere nel travagliato Sud Africa, prima e dopo l’apartheid. Letterariamente, le esperienze sessuali di David sono alimentate da sentimenti poetici come After the storm / Dopo la tempesta di George Grotz (sentimenti del dopo-orgasmo) o i versi del Preludio di Wordsworth; mentre il rito della seduzione è accompagnato dal quintetto per flauto di Mozart o i motivi di Scarlatti. Il problema morale emerge quando il genitore della studentessa sedotta lo affronta nel corridoio dell’università: … lui si dovrebbe vergognare! In seguito, quando è dimesso dall’insegnamento (col nome nel fango, dice l’ex moglie) David si consola ancora con l’arte: si culla nel progetto di comporre un’opera da camera, voci e musica, sull’ultima passione di Lord Byron con la Contessa Guccioli in Italia. Ma se ciò appare patetico, è commovente l’umiltà che egli apprende nel suo stato finale di disgrazia e umiliazione: la pena e la pietà che prova nell’ accudire all’uccisione umanitaria di cani abbandonati.

Alla storia privata di sesso e violenza del protagonista e della figlia, si compenetra e si sviluppa il tema sociale di questo romanzo, che è quello della violenza che scaturisce dal contrasto di culture diverse. Il primo grande romanzo africano che descrive la violenza del contrasto di culture in Africa è Things fall apart / Il crollo di Chinua Achebe del 1958. La stessa arte amatoria del Prof. Lurie è ispirata a una letteratura (Byron, Wordsworth, ecc.) aliena alla cultura africana, e infatti gli studenti sono più sensibili a Toni Morrison che a Byron. Quella cultura inglese è la stessa (The Mayor of Casterbridge e Shelley e Keats e Wordsworth) che V. S. Naipaul nel suo romanzo Half a life / La metà di una vita definisce “a pack of lies”, un mucchio di bugie: una cultura straniera (“No one fills like that / nessunosente in quel modo”) nell’India dell’Impero britannico, come qui in Africa. 

    A questo romanzo, tanto per la storia privata che per quella sociale, si può applicare il pensiero di Antonio Gramsci ch’è riportato nel frontespizio del romanzo July’s People / Luglio dell’altra scrittrice sudafricana Nadine Gordimer: “Il vecchio sta per morire e il nuovo non può essere nato; in questo inter-regno sorge una grande diversità di morbidi sintomi” (Quaderni del Carcere). Nel contrasto di culture scoppia la violenza e sorge anche pateticamente “una grande diversità di morbidi sintomi”, come appunto il vagheggiamento culturale e la misera fine di David. Emerge un profondo doloroso pessimismo umano, dicevamo, ma emerge anche, forse, una vaga speranza: Lucy, vittima di violenza, rifiuta la vendetta o il riscatto, non fugge, come vorrebbe il padre, ma resta e cerca una comune radice culturale di convivenza Egidio Marchese

 

 

Madame Bovary, dopo un pomeriggio di “scopate selvagge”, ritorna a casa e guardandosi allo specchio esclama: «questa è dunque la felicità. Questa è la felicità di cui parlano i poeti? » David Lurie,  prof. di Scienze della comunicazione a Città del Capo, dopo essere stato  a letto con una prostituta,  paragona  la propria felicità  a quella di Emma : la giudica “moderata, molto moderata”. Di nuovo, il sottotesto flaubertiano ‘agirà’, nella declinazione del verbo, quando  Lurie, il primo giorno in cui viene ospitato da sua figlia, dedica una attenzione maniacale alla liturgia del proprio mangiare:  «niente disgusta un figlio più del corpo di un genitore quando esplica le sue funzioni ». Emma si accorge dell’odio e del livore insaziabile  che prova  verso il pauvre Charles vedendolo mangiare, osservando la sua masticazione insopportabilmente lenta .

David Lurie: sposato e separato due volte, una figlia, posthippie e lesbica, che ha rifiutato l’orizzonte agiato, civilizzato  della metropoli sudafricana per addentrarsi nella  wilderness di una fattoria sperduta nell’heart of darkness del Sudafrica più tradizionale e primordiale, archetipico, a contatto con una natura ostile, selvaggia, feroce.

Vive in una terra  e fra uomini che sembrano l’infanzia del mondo. Una fattoria inospitale, che è anche ospizio per cani, un luogo dove la sua disadattabilità ed inquietudine trova, però, requie e forma, una qualche, sia pur precaria, struttura di senso.

La  vorace curiosità sessuale di David – niente di luciferino o dongiovannesco, ma semmai pura irresponsabile gaudente immaturità  – lo porta a commettere un gesto foriero di terribili conseguenze, una specie di hybris che scatena le ire della società falsamente tollerante che  lo circonda, morbidamente adagiata sulla bibbia del politically correct: seduce una sua studentessa che, denunciandolo per molestie sessuali, causerà la “Disgrace” ( tit.originale) del  prof.

Davanti a quella specie di ibrido fra un tribunale dell’inquisizione e un consiglio di facoltà, David non pronuncia alcuna abiura, anzi quasi rivendica la gratuità pericolosità del suo gesto,  rifiutando di trasformare la sua vita privata in uno show televisivo e  abbandona città, università, ozi,  il confortevole e suadente mondo della  accademia. Così ’spiega’ il suo gesto: «E’ entrato in scena Eros. da quel momento tutto è cambiato…Non ero più me stesso. Non ero più un cinquantenne divorziato e padrone della sua vita. Sono diventato schiavo di Eros».

Nella seconda strofa della poesia Sailing to bysantium, quella che comincia con il desolato incipit ” questo non è un paese per vecchi”, Yeats prosegue attingendo ad una immagine blakiana :

” un uomo anziano non è che una cosa miserabile, / una giacca stracciata su un bastone, a meno che/ l’anima non batta le mani e canti, e canti più forte/ per ogni strappo nel suo abito mortale…”

Ecco che cosa ha fatto Lurie, non ha calcolato che il paese dove vive non accetta che un vecchio «possa far cantare la sua anima e battere le mani»: la polis non può tollerare che Crono  violi Armonia,  non può lasciare impunito uno scandalo siffatto.  David Lurie-Edipo,  per questo, si è autocondannato all’esilio: dai fasti e dai riti della cultura accademica, in un rapido décalage, senza però l’estetizzante  voluttuoso autocompiacimento di chi  scivola, lentamente, negli abissi. Lui che usava i Sonnets shakespereani e Wordsworth come piccolo manuale portatile di infallibile strategia della seduzione, sempre pronto all’uso e ad ogni evenienza, si trova, in un rapido lasso di tempo,  ad assistere una amica veterinaria di sua figlia, che compie pietose eutanasie su cani che poi lui stesso trasporta in un inceneritore: il prof. David Lurie è ora psicopompo di cani morti,  dei cani e dei libri, e dei cani nei libri autre fois.

La scittura di Coetzee è il risultato di una operazione basata sul sottrarre, sul ‘levare’: via ogni deriva psicologista od  ermeneutica, alla ricerca di una espressività tesa, asciutta, scarnificata, essenziale, per cogliere, poi, il centro esatto delle cose, la verità che è come cuneo profondo che incide, che strazia, carne e anima.

E questa secchezza espressiva, quasi rudimentale, è consentanea della elementarità primitiva del mondo in cui vive la figlia di David e David stesso: un mondo dove violenza, istinto, regole ancestrali risultano incomprensibili a chi li osserva con le lenti deformanti e superbe della Kultur. E anche una violenza carnale può essere accettata, avere una sua logica, una sua morale, una sua accettabilità, all’interno di quell’universo ancestrale siffatto.

L’alter ego di  David Lurie è Lester Burnham, protagonista   di American Beauty. Quest’ultimo si arresta laddove David prosegue: entrambi, comunque, non si  curano del memento contenuto nell’ ultimo coro dell’Edipo re («Non dire nessuno felice se non hai visto l’ultimo dei suoi giorni »), nè tantomeno Ovidio,  ( le sue Metamorfosi“, altro sottotesto di questo libro) volgarizzato da Montaigne Nemo ante obitum beatus:   solo pochi minuti, prima di morire, esclama estatico, beato e convinto : «Sto da dio, sto da dio».

 

Marzo 14, 2009

I prossimi libri

Presentiamo i due romanzi sui quali discuteremo mercoledì 1 Aprile, alle ore 21 in Palazzo Trivulzio a Melzo.

Vergogna di J. M. Coetzee

“A suo avviso, per essere un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, ha risolto il problema del sesso piuttosto bene”. È la prima frase di “Vergogna”, e chi la pronuncia, il professor David Lurie, quel problema non l’ha risolto affatto. Non a caso, una sera Lurie invita a casa sua una studentessa e la seduce. Costretto a lasciare la professione, Lurie si rifugia da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Lurie vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra.

La scomparsa di Patò di Andrea Camilleri

 

Vigàta, 21 marzo 1890: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della “Banca di Trinacria”, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso, è scomparso nel nulla durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, nella quale interpretava il ruolo di Giuda. Che fine ha fatto? E’ morto? O si è voluto nascondere? E soprattutto, perché è scomparso? Scritto in forma di dossier, a metà tra la commedia di costume e il giallo.

Marzo 12, 2009

Spunti per una riflessione su “Pastorale americana” di Philip Roth

Il piacere della lettura – marzo 2009

La cosa più importante della sua vita era questa. Risparmiare sofferenze ai propri cari, essere buoni con tutti, sino al midollo.

 

1)      Eccellente analisi nelle prime pagine di un mito adolescenziale e del fascino di un  “semi-Dio”; il narcisismo tenuto a freno; il gesto magnanimo verso la folla plaudente. Uno dei prezzi che si pagano quando si viene scambiati per un Dio è l’inesausta tendenza dei tuoi accoliti a sognare.

2)      Sin dalle prime pagine appare evidente una delle caratteristiche del testo: l’intricato sistema dei personaggi, dei loro complessi rapporti. Ad esempio Zuckermann e lo Svedese; Zuckermann e Jerry; lo Svedese e suo fratello Jerry; lo scrittore riflette su come doveva essere stato difficile essere il fratello dello svedese; si spiega così l’aggressività a ping-pong, e nella II parte lo sfogo di Jerry al telefono quando il fratello gli chiede aiuto.

3)      La lettera e l’incontro al ristorante; incontro enigmatico, quasi una “caduta degli Dei”. In una conversazione banale, intrisa di luoghi comuni, Zuckerman arriva a pensare dello Svedese: Tutto quello che diceva era soffuso di melensaggine, ineccepibili banalità, balordaggine… era una damigiana di autocompiacimento, quest’uomo non può essere incrinato dal pensiero… non sapevo se avesse dei pensieri.

4)      Zuckermann però sa che nessuno passa attraverso la tristezza, il dolore, la confusione e la perdita senza restare segnato in qualche modo. Quindi muove alla ricerca di un possibile dolore dello Svedese; “Forse il cancro alla prostata… Tradito all’improvviso da un corpo meraviglioso

5)      Riunione degli ex allievi, 45°, Zuckermann incontra gli amici d’infanzia e soprattutto Jerry, il quale lo informa della morte dello Svedese. Non solo, gli racconta di Merry, e descrive in modo diverso lo Svedese: E se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto è farsele troppo tardi. Seymour non è mai stato così semplice. La semplicità non è mai così semplice. Riflessioni di Zuckermann alla festa ballando: aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea.

6)      Qui arriviamo ad un punto cruciale nella costruzione narrativa, struttura che pone dei problemi interessanti. A) lo svedese è morto: quindi, chi racconta la storia, i pensieri più intimi, i dialoghi di altri personaggi? In realtà è Zuckermann, che ballando con una sua ex, si interroga su quale sia stato l’errore, la trasgressione dello Svedese  e confessa: Sognai una cronaca realistica (la vicenda del bacio dopo il bagno sotto il sole estivo). B) quindi le vicende narrate da qui in seguito corrispondono al vero? Sono la “vera” vita dello Svedese? Sono semplicemente frutto dell’immaginazione di Zuckermann? C) Zuckermann ci informa di aver già scritto qualcosa e di averlo inviato a Jerry: ma non ci dice la risposta, cioè non sappiamo se Jerry, naturalmente più al corrente della vita dello Svedese, approva o meno la ricostruzione.  E’ appena il caso di dire che è proprio questo moltiplicarsi dei punti di vista, questa diffrazione come in un gioco di specchi della realtà e della interpretazione, uno dei pregi del testo e una delle caratteristiche da cui si riconosce il grande scrittore.

7)      Altro tema interessante: la causa della balbuzie di Merry. Lo Svedese rimane sconcertato e quasi offeso di fronte allo  psichiatra, che gli chiede quali sono i vantaggi della balbuzie (!), e definisce la figlia una ragazza estremamente lucida e manipolatrice.

8)       Comparsa di Rita Cohen: personaggio misterioso, che all’inizio provoca addirittura sentimenti positivi nelle Svedese, che quando presenta la fabbrica e illustra le tecniche di produzione, ha la sensazione che “nulla era andato in rovina”. In seguito si affronta il tema politico del libro, con la “tirata comunista” di Rita, sfogo ideologico a cui lui contrappone le seguenti riflessioni: lei non sa nulla, non ha mai visto una fabbrica, non sa cosa sia lavorare.

9)      L’infanzia di Merry e soprattutto i rapporti con la madre. Lo Svedese è sorpreso di fronte alle accuse di Rita verso la madre: ne è un primo esempio la “festa delle mestruazioni”; no, risponde lo Svedese, era una semplice festa di compleanno. Inoltre Rita gli dice che sua madre la odiava;  no, risponde lo Svedese, era ansia, preoccupazione per lei, per la sua balbuzie. Allora allo Svedese viene in  mente un episodio importante, il primo trauma psicologico della figlia: Merry che da bambina vede alla televisione il buddista che si dà fuoco, e si chiede: possibile che nessuno abbia una coscienza; devi proprio distruggerti col fuoco per far ragionare la gente? E le troupe televisive che riprendono la scena non intervengono?

10)  Un tema centrale del libro è l’approfondimento psicologico della figura della moglie Dawn. Cinque anni dopo arriva la lettera di Rita Cohen, in cui Rita confessa il suo amore per Merry, altro tema che rimane ambiguo. Lo Svedese non informa la moglie, in quanto è stata ricoverata due volte per tentato suicidio e adesso sta cercando di riprendersi. Anche in questo punto la struttura narrativa è molto complessa. Infatti Roth scrive dello Svedese: Lui immaginava di andarla a trovare 2/3 volte l’anno. E il lettore è portato a chiedersi: ma questo è accaduto veramente, o è solo una fantasia dello Svedese? E quindi, come dobbiamo interpretare lo sfogo successivo di Dawn? (tu non mi hai lasciata in pace, tu che dovevi sposare la bambolina, la principessa, mi hai rovinata, io volevo diventare maestra, ho partecipato al concorso di bellezza fatto solo per soldi, poi volevo solo ritornare alla normalità, per cui ti ho sposato). In realtà, sembra più una fantasia dello Svedese, tanto è vero che Roth scrive: gli era di grande aiuto, tornando a casa dopo quelle visite, ricordarla come la ragazza che era stata veramente. Le riflessioni che compie lo svedese sono molteplici: rimane ferito quando sente la moglie dire a Orcutt che Aveva sempre odiato la casa. Così lui accetta di vendere perché pensa a lei, ad aiutarla a dimenticare. Vi è inoltre una bellissima riflessione sulla bellezza, definita un carattere eccessivo che rende odiabili ed invidiabili; per difendersi occorre sviluppare il sense of humour, bisogna avere una certa spietatezza.

11)  Rapporti tra lo Svedese e Merry: anche in questo caso sono rapporti ambivalenti. Lo Svedese ricorda l’episodio della sveglia quotidiana della figlia, definendolo il rituale mattutino a cui aveva la fortuna di assistere. Ma quando ritrova la figlia pensa anche “carognetta balbuziente e sputacchiante, chi cazzo credeva di essere?  Lui invece l’America la amava, non avrebbe potuto smettere di amarla, non più di quanto avrebbe potuto smettere di amare padre e madre” Rammenta anche quando la figlia, a soli 2 anni, se ne era uscita con un “Mi sento sola!” E di come Merry gli diceva che la mamma aveva sempre da ridire sul modo in cui si pettinava o si vestiva; non mangiava mai quello che le dava la madre.

12)  Merry vive in un ambiente squallido, e lo Svedese, così legato al lavoro, alla fatica che aveva fatto i propri genitori, osserva che “la figlia viveva peggio dei bisnonni immigrati. Era la quarta generazione, ma tutto era finito in niente”. Segue il drammatico dialogo padre-figlia, sintetizzabile in alcune riflessioni dello Svedese: “E’ diventata una Giaina: prima l’altruistica sciocchezza del Popolo, ora l’altruistica sciocchezza dell’Anima Perfetta. E’ la monotona cantilena degli indottrinati, ideologicamente corazzati da capo a piedi…Tu che non vuoi ammazzare una mosca, stai ammazzando me… Dice che ha ucciso 4 persone, e lo dice con la stessa innocenza  di “oggi pomeriggio ho cotto i biscotti al cioccolato”.

13)  Al termine dell’incontro, avviene la telefonata a Jerry,  che invece di consolarlo lo accusa di non aver mai scelto niente nella vita. Lo commisera dicendo “e tu credevi che quella facciata non costasse nulla”. Anche Zuckermann-Roth osservano che lo Svedese si carica tutto sulle spalle, ma che soprattutto “non pensò mai che questo uso instancabilmente impersonale di se stesso avrebbe potuto logorarlo”.

14)  L’ultima parte del libro rappresenta una cena a casa Seymour, ed è l’occasione per tirare le fila, e spiegare come poi si arriverà in pratica al divorzio e alla seconda vita dello Svedese. Viene analizzato il rapporto Dawn-Orcutt; inizialmente Dawn trovava irritante Orcutt, per il suo atteggiamento superbo, padronale; poi progetta con lui la nuova casa, compra un suo quadro (veramente brutto, come tutti notano, ma che lo Svedese interpreta, così come il lifting,  come segno che il desiderio di vivere è più forte del desiderio di morire. Lo svedese scopre che i due sono amanti;e ancora una volta “capisce” Dawn pensando che Vorrebbe tornare con me: ma non può, è tutto troppo orribile. Che altro può fare? Deve credersi un veleno. Ha messo al mondo un’assassina.

15)  Orcutt e la moglie Jessie vengono presentati come personaggi detestabili. Lo svedese pensa: Si, in quest’uomo, Orcutt, c’è qualcosa che non va… per i  quadri, per l’uso delle mani durante la partita, per il suo senso di superiorità nella visita al cimitero. Tutto ciò implica un’insoddisfazione profonda… Sopra il gentleman sotto il verme, la barbarie civilizzatrice di Orcutt… Riguardo alla moglie, basti questa illuminante considerazione: “Ciò che trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia che li rendeva quello che erano – e svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà.

16)  Vi sono altri personaggi importanti ala cena, soprattutto la foniatra Sheila Salzman, l’amante, che però non lo ha avvisato della presenza di Merry. La telefonata di Rita Cohen alla cena chiude simbolicamente il libro. Questa è la reazione dello Svedese: “Una grande idea si impossessa di lui: la sua capacità di soffrire non esiste più”

 

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“La piazza del Diamante” è il racconto di una vita: la storia di Natàlia, una ragazza molto semplice, ingenua, abituata a non esprimere le proprie emozioni, che si ritrova a vivere nella Barcellona della Repubblica e della guerra civile, il dramma della miseria, la perdita del marito, la solitudine, finché un secondo matrimonio non le aprirà la possibilità di una nuova vita. Con una toccante intensità, Natàlia più che raccontare sembra suggerire attraverso i dettagli i suoi sentimenti, la sua sensibilità femminile, tutta la fragilità e la complessità dell’essere umano.

 

La strada di Cormac Mc Carthy

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un’apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c’è storia e non c’è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all’olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d’infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l’uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d’acqua grigia, senza neppure l’odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile…

 

L’urlo e il furore di William Faulkner

 

 

Il 1929, passato alla storia come l’anno del crollo di Wall Street che segnò l’inizio della Grande Depressione, è un anno fondamentale anche per la letteratura americana. Escono infatti “Addio alle armi” di Hemingway e “L’urlo e il furore” di Faulkner, una coincidenza che avvicina i libri, diversissimi tra loro, di due amici. Faulkner dà voce barocca a tutte le ossessioni e i fanatismi di quel Sud di cui pativa l’interminabile decadenza, incominciata con la sconfitta nella guerra civile. La mitica contea di Oxford diventa il teatro di un insanabile conflitto tra bianchi e neri, bene e male, passato e presente. Il romanzo è un complesso poema sinfonico in 4 tempi, che scandiscono le sventure di una famiglia del profondo Sud.

 

L’amante di Yehoshua Abraham

 

Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L’amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L’autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na’im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l’amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell’amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l’impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto.

 

La scomparsa di Patò di Andrea Camilleri

 

Vigàta, 21 marzo 1890: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della “Banca di Trinacria”, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso, è scomparso nel nulla durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, nella quale interpretava il ruolo di Giuda. Che fine ha fatto? E’ morto? O si è voluto nascondere? E soprattutto, perché è scomparso? Scritto in forma di dossier, a metà tra la commedia di costume e il giallo.

 

 

Il pane di ieri di Enzo Bianchi

 

L’angoscia di fronte alla domanda: “che tempo fa?” è certo più forte quando un semplice evento atmosferico può distruggere in pochi minuti un anno di lavoro. Allora non è poi così strano vedere il parroco del paese incedere nella tempesta, il piviale viola scosso dal vento, fendere l’aria con l’aspersorio dell’acquasanta e implorare con voce ferma Dio di fermare la grandine: “Per Deum verum, per Deum vivum”. In un mondo sempre più abitato da suoni nuovi e pervasivi è facile perdere le voci antiche che scandivano lo scorrere del tempo: il canto del gallo all’alba, il rintocco delle campane che annunciava momenti lieti o tristi, il grido dell’acciugaio e il richiamo del venditore ambulante di carta da lettere. Suoni quotidiani, destinati a tutti. Il cibo, a ben guardare, oltre che un nutrimento necessario è anche qualcosa di cui si deve “aver cura”. La tavola è luogo di incontro e di festa e la cucina è un mondo in cui si intrecciano natura e cultura. Preparare il ragù può diventare allora un momento di meditazione e la bagna càuda un vero e proprio rito in cui gli ingredienti che la compongono rappresentano uno scambio di terre, di genti, di culture. A dispetto di ogni localismo (anche culinario) tutti i cibi anche i più nostrani, sono carichi di debiti con l’esterno e con chi, in terre lontane, ha coltivato le materie prime, le ha fatte crescere e le ha raccolte. Storie ricche di personaggi singolari, di saggezza popolare, di amore per la terra, di riflessioni sulla vita, la morte e la ricchezza della diversità.

 

Le correzioni di Johnathan Franzen

 

Enid e Alfred Lambert, in una città del Midwest americano, trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». Ma i figli se ne sono andati sulla costa: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie infantile; Chip che ha perso il posto all’università per «comportamento sessuale scorretto»; infine Denise, chef di successo che conduce una vita privata discutibile secondo i Lambert.

 

Vergogna di J.M. Coetzee

 

“A suo avviso, per essere un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, ha risolto il problema del sesso piuttosto bene”. È la prima frase di “Vergogna”, e chi la pronuncia, il professor David Lurie, quel problema non l’ha risolto affatto. Non a caso, una sera Lurie invita a casa sua una studentessa e la seduce. Costretto a lasciare la professione, Lurie si rifugia da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Lurie vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra.

 

Consigliati dal gruppo di lettura

 

Venuto al mondo di Margaret Mazzantini

 

Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

 

La vita è altrove di Milan Kundera

 

La vicenda del poeta sbirro, ennesimo sconcertante golem di Praga, è seguita da Kundera in questa prima opera pubblicata nell’esilio francese, composta però intorno al ‘69 in patria; vicenda inquietante, universale fino all’esemplarità e insieme propria di un luogo e un tempo irripetibili (altra cosa, più facile, fu il tradimento di Eluard che consegnava, rinnegandoli con ostentata purezza di rivoluzionario gli ex amici praghesi ai boia di Stalin: gesto internazionale, dagli effetti a distanza, poetico e lieve in fondo) oggetto di una narrazione tagliente, sofferta e pure divertente, in qualche modo esemplare della traiettoria intellettuale di Kundera, narrazione in cui si penetra più che per altre vie l’enigma storico e politico di un’epoca e di un paese in cui “i comunisti presero il potere per acclamazione di quasi una metà della popolazione. E state attenti: quella metà era la più attiva, la più intelligente e la migliore…; mistero di quella impressionante congiuntura in cui la rivoluzione, certo non un pranzo di gala, si rivelò, tra l’altro, “una trappola per giovanotti”.

 

Molto forte, incredibilmente vicino di Foer Jonathan S.

 

 

A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: “C’è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo”. È l’11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all’enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l’incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita

 

 

Un nome da torero di Luis Sepulveda

Berlino, seconda guerra mondiale: una collezione di antiche e preziosissime monete d’oro scompare dai forzieri della Gestapo. Cinquant’anni dopo, in una Berlino ormai liberata dal Muro, un ex guerrigliero cileno dal passato complicato, e che porta il nome di un famoso torero, Belmonte, viene incaricato da una compagnia di assicurazioni di ritrovare il tesoro della Collezione della Mezzaluna Errante. Ma c’è anche qualcun altro interessato a quelle monete: in quella stessa Berlino un ufficiale dei servizi segreti della Germania Est riceve lo stesso incarico. Comincia così per l’ignaro Belmonte un duro inseguimento che dall’Europa lo porterà fino alla Terra del Fuoco

 

Vedi alla voce:  amore di David Grossman

 

Come parlare dell’Olocausto alle nuove generazioni, a chi è troppo giovane per aver vissuto l’orrore? A questa domanda – una necessità ineludibile – posta dallo scrittore Elie Wiesel, David Grossman ha risposto con questo romanzo. Protagonista e narratore è il piccolo Momik che, figlio di deportati, sente parlare in modo oscuro e allusivo dell’Olocausto, si interroga sul mistero dei numeri tatuati sulla pelle dei genitori, crede che la “belva nazista” sia realmente un animale feroce, sconosciuto e terribile. Ma per capire davvero dovrà crescere, diventare scrittore e seguire le tracce del nonno in Polonia; poi compiere un viaggio impossibile per mare, lasciarsi trasportare da personaggi immaginari e approdare all’ultima fantastica invenzione del libro: un’enciclopedia dove si raccolgono i fili innumerevoli del romanzo, e della vita. Così, con questa grande creazione etica, con questo libro insieme folle e scientifico, ingenuo e poetico, drammatico e grottesco, Grossman realizza il tentativo di interpretare e inventare una realtà segnata indelebilmente dal dolore.

 

Febbraio 12, 2009

I prossimi libri

Per il prossimo incontro che si terrà mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 21 in Palazzo Trivulzio a Melzo vi ricordo i libri proposti: per il percorso “generazioni e famiglie a confronto” leggeremo PASTORALE AMERICANA di Philiph Roth.

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Avete ulteriore tempo? Non vi piace “Pastorale Americana”? Bene, allora potete leggere IL PIATTO PIANGE, romanzo di Piero Chiara, per la serie “vita in provincia”.

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Ci vediamo l’undici marzo. Vi aspetto numerosi!