Il piacere della lettura – marzo 2009
La cosa più importante della sua vita era questa. Risparmiare sofferenze ai propri cari, essere buoni con tutti, sino al midollo.
1) Eccellente analisi nelle prime pagine di un mito adolescenziale e del fascino di un “semi-Dio”; il narcisismo tenuto a freno; il gesto magnanimo verso la folla plaudente. Uno dei prezzi che si pagano quando si viene scambiati per un Dio è l’inesausta tendenza dei tuoi accoliti a sognare.
2) Sin dalle prime pagine appare evidente una delle caratteristiche del testo: l’intricato sistema dei personaggi, dei loro complessi rapporti. Ad esempio Zuckermann e lo Svedese; Zuckermann e Jerry; lo Svedese e suo fratello Jerry; lo scrittore riflette su come doveva essere stato difficile essere il fratello dello svedese; si spiega così l’aggressività a ping-pong, e nella II parte lo sfogo di Jerry al telefono quando il fratello gli chiede aiuto.
3) La lettera e l’incontro al ristorante; incontro enigmatico, quasi una “caduta degli Dei”. In una conversazione banale, intrisa di luoghi comuni, Zuckerman arriva a pensare dello Svedese: Tutto quello che diceva era soffuso di melensaggine, ineccepibili banalità, balordaggine… era una damigiana di autocompiacimento, quest’uomo non può essere incrinato dal pensiero… non sapevo se avesse dei pensieri.
4) Zuckermann però sa che nessuno passa attraverso la tristezza, il dolore, la confusione e la perdita senza restare segnato in qualche modo. Quindi muove alla ricerca di un possibile dolore dello Svedese; “Forse il cancro alla prostata… Tradito all’improvviso da un corpo meraviglioso
5) Riunione degli ex allievi, 45°, Zuckermann incontra gli amici d’infanzia e soprattutto Jerry, il quale lo informa della morte dello Svedese. Non solo, gli racconta di Merry, e descrive in modo diverso lo Svedese: E se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto è farsele troppo tardi. Seymour non è mai stato così semplice. La semplicità non è mai così semplice. Riflessioni di Zuckermann alla festa ballando: aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea.
6) Qui arriviamo ad un punto cruciale nella costruzione narrativa, struttura che pone dei problemi interessanti. A) lo svedese è morto: quindi, chi racconta la storia, i pensieri più intimi, i dialoghi di altri personaggi? In realtà è Zuckermann, che ballando con una sua ex, si interroga su quale sia stato l’errore, la trasgressione dello Svedese e confessa: Sognai una cronaca realistica (la vicenda del bacio dopo il bagno sotto il sole estivo). B) quindi le vicende narrate da qui in seguito corrispondono al vero? Sono la “vera” vita dello Svedese? Sono semplicemente frutto dell’immaginazione di Zuckermann? C) Zuckermann ci informa di aver già scritto qualcosa e di averlo inviato a Jerry: ma non ci dice la risposta, cioè non sappiamo se Jerry, naturalmente più al corrente della vita dello Svedese, approva o meno la ricostruzione. E’ appena il caso di dire che è proprio questo moltiplicarsi dei punti di vista, questa diffrazione come in un gioco di specchi della realtà e della interpretazione, uno dei pregi del testo e una delle caratteristiche da cui si riconosce il grande scrittore.
7) Altro tema interessante: la causa della balbuzie di Merry. Lo Svedese rimane sconcertato e quasi offeso di fronte allo psichiatra, che gli chiede quali sono i vantaggi della balbuzie (!), e definisce la figlia una ragazza estremamente lucida e manipolatrice.
Comparsa di Rita Cohen: personaggio misterioso, che all’inizio provoca addirittura sentimenti positivi nelle Svedese, che quando presenta la fabbrica e illustra le tecniche di produzione, ha la sensazione che “nulla era andato in rovina”. In seguito si affronta il tema politico del libro, con la “tirata comunista” di Rita, sfogo ideologico a cui lui contrappone le seguenti riflessioni: lei non sa nulla, non ha mai visto una fabbrica, non sa cosa sia lavorare.
9) L’infanzia di Merry e soprattutto i rapporti con la madre. Lo Svedese è sorpreso di fronte alle accuse di Rita verso la madre: ne è un primo esempio la “festa delle mestruazioni”; no, risponde lo Svedese, era una semplice festa di compleanno. Inoltre Rita gli dice che sua madre la odiava; no, risponde lo Svedese, era ansia, preoccupazione per lei, per la sua balbuzie. Allora allo Svedese viene in mente un episodio importante, il primo trauma psicologico della figlia: Merry che da bambina vede alla televisione il buddista che si dà fuoco, e si chiede: possibile che nessuno abbia una coscienza; devi proprio distruggerti col fuoco per far ragionare la gente? E le troupe televisive che riprendono la scena non intervengono?
10) Un tema centrale del libro è l’approfondimento psicologico della figura della moglie Dawn. Cinque anni dopo arriva la lettera di Rita Cohen, in cui Rita confessa il suo amore per Merry, altro tema che rimane ambiguo. Lo Svedese non informa la moglie, in quanto è stata ricoverata due volte per tentato suicidio e adesso sta cercando di riprendersi. Anche in questo punto la struttura narrativa è molto complessa. Infatti Roth scrive dello Svedese: Lui immaginava di andarla a trovare 2/3 volte l’anno. E il lettore è portato a chiedersi: ma questo è accaduto veramente, o è solo una fantasia dello Svedese? E quindi, come dobbiamo interpretare lo sfogo successivo di Dawn? (tu non mi hai lasciata in pace, tu che dovevi sposare la bambolina, la principessa, mi hai rovinata, io volevo diventare maestra, ho partecipato al concorso di bellezza fatto solo per soldi, poi volevo solo ritornare alla normalità, per cui ti ho sposato). In realtà, sembra più una fantasia dello Svedese, tanto è vero che Roth scrive: gli era di grande aiuto, tornando a casa dopo quelle visite, ricordarla come la ragazza che era stata veramente. Le riflessioni che compie lo svedese sono molteplici: rimane ferito quando sente la moglie dire a Orcutt che Aveva sempre odiato la casa. Così lui accetta di vendere perché pensa a lei, ad aiutarla a dimenticare. Vi è inoltre una bellissima riflessione sulla bellezza, definita un carattere eccessivo che rende odiabili ed invidiabili; per difendersi occorre sviluppare il sense of humour, bisogna avere una certa spietatezza.
11) Rapporti tra lo Svedese e Merry: anche in questo caso sono rapporti ambivalenti. Lo Svedese ricorda l’episodio della sveglia quotidiana della figlia, definendolo il rituale mattutino a cui aveva la fortuna di assistere. Ma quando ritrova la figlia pensa anche “carognetta balbuziente e sputacchiante, chi cazzo credeva di essere? Lui invece l’America la amava, non avrebbe potuto smettere di amarla, non più di quanto avrebbe potuto smettere di amare padre e madre” Rammenta anche quando la figlia, a soli 2 anni, se ne era uscita con un “Mi sento sola!” E di come Merry gli diceva che la mamma aveva sempre da ridire sul modo in cui si pettinava o si vestiva; non mangiava mai quello che le dava la madre.
12) Merry vive in un ambiente squallido, e lo Svedese, così legato al lavoro, alla fatica che aveva fatto i propri genitori, osserva che “la figlia viveva peggio dei bisnonni immigrati. Era la quarta generazione, ma tutto era finito in niente”. Segue il drammatico dialogo padre-figlia, sintetizzabile in alcune riflessioni dello Svedese: “E’ diventata una Giaina: prima l’altruistica sciocchezza del Popolo, ora l’altruistica sciocchezza dell’Anima Perfetta. E’ la monotona cantilena degli indottrinati, ideologicamente corazzati da capo a piedi…Tu che non vuoi ammazzare una mosca, stai ammazzando me… Dice che ha ucciso 4 persone, e lo dice con la stessa innocenza di “oggi pomeriggio ho cotto i biscotti al cioccolato”.
13) Al termine dell’incontro, avviene la telefonata a Jerry, che invece di consolarlo lo accusa di non aver mai scelto niente nella vita. Lo commisera dicendo “e tu credevi che quella facciata non costasse nulla”. Anche Zuckermann-Roth osservano che lo Svedese si carica tutto sulle spalle, ma che soprattutto “non pensò mai che questo uso instancabilmente impersonale di se stesso avrebbe potuto logorarlo”.
14) L’ultima parte del libro rappresenta una cena a casa Seymour, ed è l’occasione per tirare le fila, e spiegare come poi si arriverà in pratica al divorzio e alla seconda vita dello Svedese. Viene analizzato il rapporto Dawn-Orcutt; inizialmente Dawn trovava irritante Orcutt, per il suo atteggiamento superbo, padronale; poi progetta con lui la nuova casa, compra un suo quadro (veramente brutto, come tutti notano, ma che lo Svedese interpreta, così come il lifting, come segno che il desiderio di vivere è più forte del desiderio di morire. Lo svedese scopre che i due sono amanti;e ancora una volta “capisce” Dawn pensando che Vorrebbe tornare con me: ma non può, è tutto troppo orribile. Che altro può fare? Deve credersi un veleno. Ha messo al mondo un’assassina.
15) Orcutt e la moglie Jessie vengono presentati come personaggi detestabili. Lo svedese pensa: Si, in quest’uomo, Orcutt, c’è qualcosa che non va… per i quadri, per l’uso delle mani durante la partita, per il suo senso di superiorità nella visita al cimitero. Tutto ciò implica un’insoddisfazione profonda… Sopra il gentleman sotto il verme, la barbarie civilizzatrice di Orcutt… Riguardo alla moglie, basti questa illuminante considerazione: “Ciò che trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia che li rendeva quello che erano – e svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà.
16) Vi sono altri personaggi importanti ala cena, soprattutto la foniatra Sheila Salzman, l’amante, che però non lo ha avvisato della presenza di Merry. La telefonata di Rita Cohen alla cena chiude simbolicamente il libro. Questa è la reazione dello Svedese: “Una grande idea si impossessa di lui: la sua capacità di soffrire non esiste più”
Quali libri per i prossimi due incontri?
Consigliati dal vostro coordinatore
Piazza del Diamante di Mercè Rodoreda
“La piazza del Diamante” è il racconto di una vita: la storia di Natàlia, una ragazza molto semplice, ingenua, abituata a non esprimere le proprie emozioni, che si ritrova a vivere nella Barcellona della Repubblica e della guerra civile, il dramma della miseria, la perdita del marito, la solitudine, finché un secondo matrimonio non le aprirà la possibilità di una nuova vita. Con una toccante intensità, Natàlia più che raccontare sembra suggerire attraverso i dettagli i suoi sentimenti, la sua sensibilità femminile, tutta la fragilità e la complessità dell’essere umano.
La strada di Cormac Mc Carthy
Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un’apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c’è storia e non c’è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all’olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d’infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni l’uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d’acqua grigia, senza neppure l’odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile…
L’urlo e il furore di William Faulkner
Il 1929, passato alla storia come l’anno del crollo di Wall Street che segnò l’inizio della Grande Depressione, è un anno fondamentale anche per la letteratura americana. Escono infatti “Addio alle armi” di Hemingway e “L’urlo e il furore” di Faulkner, una coincidenza che avvicina i libri, diversissimi tra loro, di due amici. Faulkner dà voce barocca a tutte le ossessioni e i fanatismi di quel Sud di cui pativa l’interminabile decadenza, incominciata con la sconfitta nella guerra civile. La mitica contea di Oxford diventa il teatro di un insanabile conflitto tra bianchi e neri, bene e male, passato e presente. Il romanzo è un complesso poema sinfonico in 4 tempi, che scandiscono le sventure di una famiglia del profondo Sud.
L’amante di Yehoshua Abraham
Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L’amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L’autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na’im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l’amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell’amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l’impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto.
La scomparsa di Patò di Andrea Camilleri
Vigàta, 21 marzo 1890: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della “Banca di Trinacria”, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso, è scomparso nel nulla durante la sacra rappresentazione del Venerdì Santo, nella quale interpretava il ruolo di Giuda. Che fine ha fatto? E’ morto? O si è voluto nascondere? E soprattutto, perché è scomparso? Scritto in forma di dossier, a metà tra la commedia di costume e il giallo.
Il pane di ieri di Enzo Bianchi
L’angoscia di fronte alla domanda: “che tempo fa?” è certo più forte quando un semplice evento atmosferico può distruggere in pochi minuti un anno di lavoro. Allora non è poi così strano vedere il parroco del paese incedere nella tempesta, il piviale viola scosso dal vento, fendere l’aria con l’aspersorio dell’acquasanta e implorare con voce ferma Dio di fermare la grandine: “Per Deum verum, per Deum vivum”. In un mondo sempre più abitato da suoni nuovi e pervasivi è facile perdere le voci antiche che scandivano lo scorrere del tempo: il canto del gallo all’alba, il rintocco delle campane che annunciava momenti lieti o tristi, il grido dell’acciugaio e il richiamo del venditore ambulante di carta da lettere. Suoni quotidiani, destinati a tutti. Il cibo, a ben guardare, oltre che un nutrimento necessario è anche qualcosa di cui si deve “aver cura”. La tavola è luogo di incontro e di festa e la cucina è un mondo in cui si intrecciano natura e cultura. Preparare il ragù può diventare allora un momento di meditazione e la bagna càuda un vero e proprio rito in cui gli ingredienti che la compongono rappresentano uno scambio di terre, di genti, di culture. A dispetto di ogni localismo (anche culinario) tutti i cibi anche i più nostrani, sono carichi di debiti con l’esterno e con chi, in terre lontane, ha coltivato le materie prime, le ha fatte crescere e le ha raccolte. Storie ricche di personaggi singolari, di saggezza popolare, di amore per la terra, di riflessioni sulla vita, la morte e la ricchezza della diversità.
Le correzioni di Johnathan Franzen
Enid e Alfred Lambert, in una città del Midwest americano, trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». Ma i figli se ne sono andati sulla costa: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie infantile; Chip che ha perso il posto all’università per «comportamento sessuale scorretto»; infine Denise, chef di successo che conduce una vita privata discutibile secondo i Lambert.
Vergogna di J.M. Coetzee
“A suo avviso, per essere un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, ha risolto il problema del sesso piuttosto bene”. È la prima frase di “Vergogna”, e chi la pronuncia, il professor David Lurie, quel problema non l’ha risolto affatto. Non a caso, una sera Lurie invita a casa sua una studentessa e la seduce. Costretto a lasciare la professione, Lurie si rifugia da sua figlia, in campagna. Qui potrebbe trovare la pace, e invece trova altra violenza, quella che tre sconosciuti esercitano sulla ragazza. Lurie vorrebbe denunciarli, ma sua figlia si oppone, sostenendo che il pericolo con cui i bianchi convivono è il prezzo da pagare per avere diritto alla terra.
Consigliati dal gruppo di lettura
Venuto al mondo di Margaret Mazzantini
Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.
La vita è altrove di Milan Kundera
La vicenda del poeta sbirro, ennesimo sconcertante golem di Praga, è seguita da Kundera in questa prima opera pubblicata nell’esilio francese, composta però intorno al ‘69 in patria; vicenda inquietante, universale fino all’esemplarità e insieme propria di un luogo e un tempo irripetibili (altra cosa, più facile, fu il tradimento di Eluard che consegnava, rinnegandoli con ostentata purezza di rivoluzionario gli ex amici praghesi ai boia di Stalin: gesto internazionale, dagli effetti a distanza, poetico e lieve in fondo) oggetto di una narrazione tagliente, sofferta e pure divertente, in qualche modo esemplare della traiettoria intellettuale di Kundera, narrazione in cui si penetra più che per altre vie l’enigma storico e politico di un’epoca e di un paese in cui “i comunisti presero il potere per acclamazione di quasi una metà della popolazione. E state attenti: quella metà era la più attiva, la più intelligente e la migliore…; mistero di quella impressionante congiuntura in cui la rivoluzione, certo non un pranzo di gala, si rivelò, tra l’altro, “una trappola per giovanotti”.
Molto forte, incredibilmente vicino di Foer Jonathan S.
A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: “C’è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo”. È l’11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all’enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l’incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita
Un nome da torero di Luis Sepulveda
Berlino, seconda guerra mondiale: una collezione di antiche e preziosissime monete d’oro scompare dai forzieri della Gestapo. Cinquant’anni dopo, in una Berlino ormai liberata dal Muro, un ex guerrigliero cileno dal passato complicato, e che porta il nome di un famoso torero, Belmonte, viene incaricato da una compagnia di assicurazioni di ritrovare il tesoro della Collezione della Mezzaluna Errante. Ma c’è anche qualcun altro interessato a quelle monete: in quella stessa Berlino un ufficiale dei servizi segreti della Germania Est riceve lo stesso incarico. Comincia così per l’ignaro Belmonte un duro inseguimento che dall’Europa lo porterà fino alla Terra del Fuoco
Vedi alla voce: amore di David Grossman
Come parlare dell’Olocausto alle nuove generazioni, a chi è troppo giovane per aver vissuto l’orrore? A questa domanda – una necessità ineludibile – posta dallo scrittore Elie Wiesel, David Grossman ha risposto con questo romanzo. Protagonista e narratore è il piccolo Momik che, figlio di deportati, sente parlare in modo oscuro e allusivo dell’Olocausto, si interroga sul mistero dei numeri tatuati sulla pelle dei genitori, crede che la “belva nazista” sia realmente un animale feroce, sconosciuto e terribile. Ma per capire davvero dovrà crescere, diventare scrittore e seguire le tracce del nonno in Polonia; poi compiere un viaggio impossibile per mare, lasciarsi trasportare da personaggi immaginari e approdare all’ultima fantastica invenzione del libro: un’enciclopedia dove si raccolgono i fili innumerevoli del romanzo, e della vita. Così, con questa grande creazione etica, con questo libro insieme folle e scientifico, ingenuo e poetico, drammatico e grottesco, Grossman realizza il tentativo di interpretare e inventare una realtà segnata indelebilmente dal dolore.